mercoledì 19 settembre 2018

One shot review: al faro- Virginia Woolf

Anno: 1927
Paese: Gran Bretagna
Genere: narrativa
Autore: Virginia Woolf
Pagine: 212
Sinossi: Isole Ebridi, settembre 1914. La famiglia Ramsay trascorre le sue vacanze nella residenza estiva. Il faro è meta di una gita che emoziona particolarmente James, otto anni, ma che rimarrà in dubbio fino al giorno successivo per via del maltempo.

Di per sè la trama è solo un pretesto e raccontata così non inviterebbe alla lettura nemmeno l'ultimo degli annoiati in una sala d'aspetto, ma è la prosa dell'autrice a renderlo il più famoso della sua produzione, quella stessa prosa che dieci anni fa mi ha spinta ad arrendermi dopo neanche cinquanta pagine. Se ho insistito, stavolta, è per l'amore che nel frattempo mi lega a Virginia ma, ragazzi, che fatica! Nonostante sia una lettrice allenata, la sua scrittura è estenuante: periodi infiniti dove miriadi di pensieri diversi e di azioni svolte in contemporanea si snocciolano nella mente dei personaggi, che arde e crea incessantemente. D'altra parte, la penna della Woolf lancia carrellate di freschissime rose su ogni parola che getta sulla carta, riempendo il romanzo di paesaggi emozionanti, di descrizioni palpitanti, di metafore potenti e poetiche. E' qui che ti frega: vorresti smetterla col libro, ma la lettura ti fa viaggiare più veloce di un siluro.
I personaggi sono l'altro piatto forte della narrazione, in particolar modo due donne, la signora Ramsay e Lily Briscoe, attraverso cui Virginia riflette sul ruolo femminile nella società e fa rivivere il rapporto con la madre, persa a soli tredici anni. L'analisi dei rapporti familiari, per quanto minuziosa fino allo sfinimento, indaga il senso della vita, la felicità, le relazioni umane, le aspirazioni, il destino, chiedendo al lettore un'attenzione al testo particolarmente challenging.
Capisco perchè al suo diario l'autrice confidasse che pochi come lei erano tormentati dalla scrittura: le ragioni stanno tutte nei suoi libri. E tuttavia, sono grata di averlo letto e poterla conoscerla meglio non solo attraverso i saggi critici e le lettere, ma anche con le esplosioni esigenti della sua fantasia.


Ma che un altro occhio dovesse vedere il frutto dei suoi trentatré anni, il pegno di ogni suo giorno di vita mescolato con qualcosa di più segreto di quanto avesse mai detto o mostrato nel corso di tutti quei giorni, era per lei un agonia. E al tempo stesso, era tremendamente eccitante

venerdì 14 settembre 2018

Di corsa dietro a una lista: breve storia della mia ansia

Comincio questo post dicendo a me stessa che devo fare presto, esprimere pochi concetti in poche frasi, evitando di andare alla ricerca della scrittura perfetta e di cedere al ricatto della mia lentezza assassina in qualsiasi attività della vita. E poi mi rendo conto: certo che cominciare un post sull'ansia con l'ansia sul collo è la perfezione. Del resto, dimostra che è davvero un problema.
Ma non era forse Henry Miller a dire che per dimenticare una donna basta farla diventare letteratura? Con le dovute proporzioni ci proverò anch'io, vi tratterò come una sorta di diario di paziente in terapia (mi perdonerete, spero). Un bel respiro, e cominciamo.


Credo tutto sia cominciato quasi cinque anni fa, quando dopo un lungo e angosciante periodo di disoccupazione ho trovato lavoro a Genova e mi ci sono tuffata come in un lago di Ovada. Improvvisamente, non avevo più tempo per scrivere come una forsennata e dedicarmi a quello che mi piaceva, ma non volevo mollare: avevo tante idee da riempire libri interi e compilavo liste da spuntare ogni giorno. Pessima idea, perchè nel frattempo l'ansia di fare mi divorava ogni energia. Col tempo sono arrivati stanchezza fisica e mentale, stress, tensione alle spalle, crisi di pianto, rapporto isterico col cibo. umore instabile.
Non è un caso che, dopo anni di matti, violenti e ribelli di strada, abbia scelto un fidanzato solido e rassicurante che preferiva stare a casa piuttosto che uscire. Mi ha permesso di tirare il fiato dopo un ritrmo di trentacinque concerti all'anno, ma con il passare gli anni, temo, con la vita di coppia ho anche rinunciato alla mia linfa vitale: le storie da una notte, le avventure con le amiche, le sbronze. A essere sincera ho continuato a divertirmi con le amiche e a sbronzarmi, ma è come se essere single fosse la panacea di tutti (o quasi) i miei mali. Del resto, fidanzata ci stavo bene e, per altri motivi, mi faceva vivere bene. E allora, dove stava la soluzione ai miei problemi?
Siamo nel 2018 e non l'ho ancora capito. Ho ancora lo stesso compagno, convivo, ho un cane e mi diverto con le amiche, ma decisamente l'equilibrio è ancora là, all'orizzonte. Lo vedo, ma come cazzo lo raggiungo?


A volte penso che lavorare sia la radice di tutti i mali, perchè sottrae tempo per fare quello che mi piace e che rinvio in continuazione. Poi però finisco di lavorare e mi tormento per i progetti che ho in testa. Allora comincio a fare. E dopo due ore sono stremata e vado in crisi perchè non riesco a fare un cazzo. E le liste incombono e i progetti fremono sulla carta. Fare meno cose? D'accordo, ma come? E la vita che incombe e l'età che avanza e il mercato del lavoro?
Ho voglia di rimettermi a studiare e lavorare per mantenermi e fare volontariato e imparare a cucinare e pulire più spesso casa e non perdere l'inglese e scrivere tutto quello che mi va e fare video recensioni. E andare ai concerti, ascoltare musica, andare al cinema, guardare una lista da duecento film, leggere duecento libri sulla mia wishlist, andare a camminare, andare in bici, mangiare bene, vedere gli amici, viaggiare. In questo esatto momento, ho paura di buttarmi in ognuna di queste magnifiche cose, che muoio del resto dalla voglia di fare, ma che mi indeboliscono e mi intossicano come un veleno.


E' come stare sdraiata in un letto e scoppiare di vita, ma quando ti metti seduta la testa comincia a girare. E' come avere una voglia matta di spingere sull'accelleratore, ma quando superi i quaranta all'ora comincia a uscire il fumo dal motore.
Io so dove sta quel meccanico prodigioso, ho pure l'indirizzo e il telefono. Se avessi i soldi, mi dico, ci andrei tutte le settimane. E' da quando ho vent'anni che me lo dico, perchè l'ansia è solo il bandolo di una matassa intricata come un rompicapo cinese. Eppure c'è sempre altro in lista, patenti da prendere, denti da riparare, soldi da risparmiare in attesa di un lavoro stabile.
Non so cosa gli ipotetici lettori di questo blog (anonimi, ma pur sempre cari al mio cuore) avranno cavato da questa riflessione, che somiglia più a uno sfogo lenitivo. Intanto, spero sia più efficace del cicatrene, come in questi giorni lo sono i video di Maddalena Balsamo.
So che l'ansia è una malattia contemporanea che interessa tanti, forse anche tra le persone che conosco. Ma parlarne è difficile, come di una debolezza qualsiasi: non dobbiamo mostrarci al meglio, sempre, evitare di angosciare il prossimo con i nostri problemi? E allora fingiamo, minimizziamo e soffriamo in solitudine. Che stronzata, fatemelo dire. Ma delle maschere che portiamo parlerò forse in un altro post.
Grazie a chi è rimasto in fedele ascolto.

Con immancabile ansia,
S.

martedì 4 settembre 2018

One shot review: l'amante di Lady Chatterley- David Herbert Lawrence

Anno:1928
Paese: Gran Bretagna
Genere: narrativa
Autore: David Herbert Lawrence 
Pagine: 414
Sinossi: Connie, giovane donna piena di energia sessuale e bramosa di essere amata a dovere, sposa Clifford, reduce di guerra ridotto a pezzi dalla vita in giù, in grado di vanificare ogni ardore femminile con la sue chiacchiere mortifere sulla letteratura più stolida. Nel bosco Connie incontra Mellors, guardiacaccia alle dipendenze del marito, tutt'altro che un inno alla vita, ma passionale e virulento come solo gli uomini con robusti argomenti nelle mutande sanno essere.

Il chiacchieratissimo romanzo censurato per più di trent'anni nel Regno Unito e diffuso clandestinamente a Firenze, dove l'autore partorì l'opera che lo rese celebre (la mia insegnante di inglese riferì che fosse stato scritto a Spotorno, dove Herbert effettivamente alloggiò: la delusione nell'apprendere la verità è stata cocente). La qualità di questa storia va ben oltre lo scandalo, perchè insieme alle bollenti scene di sesso e alle conversazioni erotiche degli amanti, c'è la rappresentazione potente di un'amore fuori dalle convenzioni, incurante delle costrizioni sociali e di classe, dove il sesso è l'esaltazione di un'unione sincera, un canale di profonda conoscenza carnale e spirituale. Il tema della natura, esplorato in descrizioni emozionanti in cui la protagonista ritrova sè stessa nel bosco, e della classe operaia sfruttata dai padroni come Clifford, che con fervore ribadiscono il destino naturale di ogni ceto sociale, ciechi e indifferenti alle peggiori ingiustizie sociali, completano la complessità di un romanzo che definire sentimentale sarebbe ingenuo. La scrittura dei personaggi impedisce di dimenticare anche il più secondario, ma soprattutto quello di Connie si anima di una sensibilità e di un'energia vitale commoventi. Il machismo esasperato di quel misogino di Mellors è irritante, ma sono quasi disposta a perdonarla per la scelta discutibile.
 

Non comprendeva appieno cosa significassero quelle parole, ma la riscaldarono, come solo possono le parole incomprensibili

lunedì 27 agosto 2018

Del resto fu un'estate di merda: il ritorno della playlist!

Basta libri, solo swag! E come fare proprio questo slogan faceto se non con una chilata di freschissimi pezzi? Sta succedendo qualcosa di molto strano alla mia vita di fanatica ascoltatrice, vale a dire: non ho mai voglia di ascoltare un cazzo. La cosa non manca di annichilirmi, in tanti anni non ho mai assistito a una flessione di interesse musicale di queste dimensioni. Va bene che c'è Youtube e questo spiega molte cose, se non tutte, ma una preoccupazione più oscura e penosa mi toglie il sonno: è veramente un'estate di merda. E mentre uno dei miei gruppi del cuore suonerà a Finale Ligure, dove ho vissuto fino a l'altro ieri e non è mai successo un cazzo di niente, io sarò intenta a raccogliere avanzi di pizza dei peggio tamarri vadesi. That's life, mi sembra dicessero gli Sham 69.
Dunque, codeste canzoni da dove arrivano? Nessuno lo sa, ma sono tuttimodi dei pezzi esaltanti. Statev'accort!

ELETTRONICA
Greazy- Aaron Wayne
Grazie, Younger! In mezzo alla colonna sonora della serie, fatta di ridicolaggini pop, c'erano questi cinque minuti di ganzissime sonorità elettroniche, scoppiettanti come Big Babol.
Welcome to the party- Diplo & French Montana
Thanks Deadpool! Oltre ad essermi doverosamente innamorata del supereroe, ho adorato la playlist arrogante e un tantino imbarazzante. Questo pezzo lo è sul serio e non dice assolutamente niente di sensato, ma ballatela dopo un licenziamento e risorgerete come l'araba fenicia.

WORLD MUSIC
Donde estas Maria?- Meridian Brothers
Un po' ci aveva provato Jovanotti a metà degli anni novanta a introdurmi al genere, ma è solo con le misteriose combinazioni di Discovery weekly che reco in dono ritmi nuovi alle mie orecchie annoiate. Questa è una baldanzosa e conturbante nenia colombiana con un sottofondo di bonghi scatena-bacino.
Come on home- Lijadu Sisters
Due gemelle nigeriane che mixano reggae, afrobeat e jazz fdagli anni sessanta agli ottanta, cianciando di reincarnazione e spiritualismo. Adorabili! Conciliano un sonno gioioso.
A minha menina- The Bees
Indie rock? Band britannica? Dio, suonava tutto così sudamericano (in effetti il testo lo è, brutti bugiardi). Le chitarre cupe e i coretti scemi si adattano bene ai mood più fatui.
Timtar- Bombino
Questa sì che è world music! Chitarrista tuareg, blues rock mischiato a sonorità africane, parole incomprensibili che fanno subito esterofilia. Vi metterà in contatto con la madre terra (e ha suonato per Jovanotti, che fa sempre un certo effetto).

INDIE ITALIANO
O it pop, come pretenderebbe di chiamarlo Spotify? Non sono particolarmente entusiasta dell'ondata mainstream che ha portato alla luce Coez, Gazzelle e tutti gli altri, per quanto li trovi carucci, perchè di artisti veramente indipendenti negli ultimi anni me li sono spupazzati per bene e so riconoscere le trappole cucite su ingenui entusiasmi squisitamente pop. Tuttavia, valgono bene un ascolto.
Deserto- Coma_Cose
Peccato perdersela dal vivo. Il testo visionario e citazionista e la testa rasata della deliziosa rapper mi hanno rapito il cuore. Sono giovanissimi, cinici, vitali di energia e idee malate. 
Camilla- Galeffi
Tutti hanno un'amica millenial con questo nome: intonategliela alle quattro del mattino dopo una manciata di cocktail.
Nero- Gazzelle
Un po' antipatico, innegabile, ma come li racconta lui i drammi sentimentali dei vent'anni, nessuno.
Pesci- Maria Antonietta
Come è capitata la mia musa diletta in questa compilation di successi recenti e sfrontati? Letizia ha tutta un'altra classe, la stessa voce di velluto degli esordi, un album nuovo con un sacco di cose da dire e molta introspezione psicologica che me la fa sentire così vicina.
Cratere- Frah Quintale
Forse l'unica che davvero mi piaccia dell'amico sciocchino di Coez, ma ha un ritmo irresistibile. Bye bye, storia passata!
Facile- Lo Stato Sociale
Non ho smesso di amarli, da Sanremo in poi. Mi mancano i testi politici e mi preoccupa che mio padre fischietti Una vita in vacanza ignorando che siano ferocemente antifascisti, ma li vedrei anche una sesta volta.

RAP
Bling bling- Junglepussy
Pezzaccio minchia oh che peggio non si può! Il cinema è sempre una miniera di perle per nuovi ascolti e Insecure mi ha pompata a mille su questa dichiarazione di guerra alle bitches dei dintorni.
Nuje vulimme 'na speranza- 'Nto & Lucariello
I napoletani, Gomorra e il fascino della cadenza partenopea, oltre a un pizzico di delirio di onnipotenza che li segue incessanti. Niente vi farà più arroganti in motorino.
Nobody speaks- Dj Shadows & Run the jewels
Da quando ho visto Deadpool piroettare sopra una riga di criminali armati a tempo di questa canzone, ne sono ossessionata. La stornellata country con cui si apre il pezzo introduce le rhymes cattivissime dei rapper più tamarri in circolazione.

BALLATE E ACUSTICHE
Oh love!- Prateek Kuhad
Da dove arriverà questo tizio con un nome così minaccioso? Su queste note Miriam Leone e Fabio De Luigi sono un balsamo per l'anima in Metti la nonna in freezer
In spite of me- Morphine
Sì: la canzone prima del suicidio. Tenetevela buona se il momento arrivasse, non perdonerà.
Fix you- Coldplay
Cosa ve lo dico a fare? Qualcuno potrebbe dire: cazzo fottuto, dove eri negli ultimi anni? E' stato solo grazie alla stupida playlist in loop della pizzeria che ho riscoperto questa canzone e mi sono innamorata, alla tenera età di trentatrè anni, di Chris Martin. Il testo dolcissimo e le ultime strofe cantate senza falsetto sono in grado di uccidermi.

JAZZ
Taxi war dance- Count Basie
Tra i film di Woody Allen, Cafè society ha la colonna sonora più bella, senza contare che il film mi ha fatta impazzire. A Genova c'è anche un locale che porta il nome del musicista e io ci andavo a sbronzarmi con allegria, ignorando con imperdonabile superficialità la leggenda dietro al nome. Pezzo delizioso dal ritmo frenetico, elegantissimo.
A good man is hard to find- Lizzie Miles
Il mondo è pieno di versioni diverse della canzone, ma la voce ruggente di questa cantante nera la rende grintosa, divertente, mai fuori moda. Vi consolerà dopo l'ennesima, drammaticamente prevedibile delusione maschile: un uomo come si deve è davvero difficile da trovare!
Begin the beguine- Artie Shaw
Quando le cose piacciono a naso, in maniera animale, e non è vitale saperne necessariamente di più. Sono questi i miei sentimenti nei confronti del jazz: lo amo distrattamente, mi affido unicamente all'orecchio. E questa strumentale è intensa e delicata come una camminata dopo una pioggia autunnale.

Scommetto che i miei facili, discutibili entusiasmi musicali vi hanno fatto fremere il cuore! E se così non fosse ahimè per voi amici cari, perchè mi sto stufando delle recensioni libresche e saranno tutti cazzi vostri. Aspettatevi il peggio con l'ombrello formato famiglia!
Cuori buttati senza troppa cura,
S.

martedì 14 agosto 2018

One shot review: Yucatan- Andrea De Carlo

Anno: 1986
Paese: Italia
Genere: narrativa
Autore: Andrea De Carlo
Pagine: 204
Sinossi: un regista, il suo assistente e un produttore incontrano un famoso scrittore sudamericano per discutere di un film. Quando cominciano ad arrivare inquietanti messaggi anonimi, lo scrittore se la dà a gambe e i tre protagonisti dovranno raggiungere il Messico per capirci qualcosa.

Il libro più assurdo del mio amato De Carlo, e dire che da lui normalità non me ne aspetto tanta. Ispirato alla vera storia del viaggio che l'autore intraprende in Messico con Fellini, ha il pregio di riuscire a farlo incazzare e, nonostante chi scrive assicuri che i personaggi siano diversi dai veri protagonisti della vicenda, trovo conferma ai miei sospetti che il regista sia un vero stronzo. Troviamo i soliti dialoghi labirintici sulla natura delle cose e delle persone, il tema del viaggio e quello meno consueto del misticismo, che come in Uto non chiarisce quanto De Carlo ci creda. E poi le mitiche supercazzole che tornano identiche come stagioni, ma a cui non resisto. Manca la solita musa irraggiungibile e l'innamorato che prenderesti a cazzotti da quanto è scemo. Il mistero dell'identità dietro ai messaggi lo rende avvincente come un thriller, ma il finale mi ha lasciata del tutto insoddisfatta (va bene che l'ho finito alle cinque del mattino cercando di sopravvivere a un'indigestione, ma che cazzo).

Qual è il messaggio? Che stiamo facendo tutti un uso sbagliato del mondo e di noi stessi dopo aver distrutto e consumato quasi tutto quello che potevamo e costruito contenitori orrendi di vite e attività e ridotto in schiavitù e disprezzato gli altri animali e le piante e imprigionato le nostre sensazioni in meccanismi e traffici e scambi finchè sono diventate troppo diverse da come avrebbero potuto essere?

lunedì 6 agosto 2018

One shot review: shotgun lovesongs- Nickolas Butler

Anno: 2014
Paese: Stati Uniti
Genere: narrativa
Autore: Nickolas Butler
Pagine: 317
Sinossi: quattro amici perdenti e gasati come solo gli abitanti dei peggiori stati americani sanno essere crescono insieme e si rivedono anni dopo a un matrimonio. Segue inarrestabile sequela di lagnanze bucoliche e sentimentali.

Sarà il caldo, sarà il tedio di una stagione lavorativa in riviera, ma non capisco l'eccitazione intorno a questo libro: siti come Goodreads esondano di recensioni trasognate e la critica celebra l'esordio struggente di un barbuto solitario del Winsconsin. D'accordo che devi scrivere di quello che conosci, ma se il tuo mondo non va oltre campi di grano a vista d'occhio e gente che si sposa a diciotto anni dopo essere stata insieme una vita, non è detto che sia una buona idea. Invece, a quanto pare.. Non a caso è piaciuto a mio fratello, solido, rassicurante e retorico come i protagonisti del romanzo. La capacità espressiva dell'amico Butler è sorprendentemente potente e colpisce per le descrizioni di una natura selvaggia e affascinante che non lascia indifferenti i lettori, quelli che il coyote nel cortile di casa se lo sognano, ma la scrittura dei personaggi è preoccupante. Abbiamo ancora bisogno del musicista osannato dalle folle che sogna una vita semplice come quella dell'amico vicino alla bancarotta? Di pagine e pagine in cui si celebrano le virtù degli inverni passati a spaccare legna con la neve fino ai polpacci? Retorica, ecco cosa declina uno stile promettente in una melassa insostenibile.
Per non parlare dei personaggi femminili: una fregnacciata! Indubbiamente assumere punti di vista diversi richiede del talento, ma per certi esemplari maschili barbuti e rurali come i campi che zappano pensare come una donna è vano. La protagonista è ambita come un campionato di football americano e tutti la trovano "speciale" dal primo anno di asilo. Talmente speciale che consiglia all'amica di rimanere incinta all'insaputa del compagno che non ci pensa neanche. Grande idea, Beth!
In mezzo a questo squallore sciovinista, ci sono donne che se escono dicendo di essere laureate in gender studies. Aha ah! E poi cose che non hanno un filo logico, come la moglie che osserva i segni del tempo sul volto del marito, per poi rivelare qualche pagina dopo che non hanno ancora trent'anni.
Mah! Leggetevi uno young adult sui vampiri che è meglio.

Avrò dormito con centinaia di donne. Forse più di un migliaio. Probabilmente ho avuto più amanti io di quanti abitanti abbia Little Wing. Ma quella notte è la notte di cui mi ricordo. E' quella che mi confonde, che mi fa male al cuore, che mi accellera il sangue

lunedì 16 luglio 2018

Odore di rosticceria adolescenziale: Skam Italia

Serie norvegese eccellente di cui si fa un gran parlare e che tratta senza filtri di teenagers presi male (strano!), tuttavia a me interessano sempre di più le faccende nostrane: ecco perchè ero incuriosita da come la versione italiana avrebbe trasferito il tutto nel più classico dei licei romani.
SKAM Italia è una serie carinissima (si parla di sbarbati, passatemi il termine), tempestata di emozioni e piccoli colpi di scena, che mi ha divertita e commossa. L'unico limite potrebbe essere l'età degli spettatori, perchè sinceramente passati i vent'anni i drammi che ci scuotevano fino a qualche anno prima suonano come tremende cazzate. Pure io, che subisco il fascino dei giovani adulti e non fatico a sentirmi ancora una di loro (a trentatrè anni), su alcuni temi trattati con la massima importanza ho sbuffato con sufficienza.


Protagonista di questa stagione è Eva, tipica bella ragazza che non sa di esserlo e per qualche motivo ha perso tutte le amiche, ma non il fidanzato, che la sprona a cercare altre compagnie. Nel giro di qualche puntata il quintetto bitchy è definito: Fede, ragazza curvy e grintosa, Silvia, innamorata del tipico stronzo e perennemente cazziata dalle altre, Eleonora, bella come il sole, detta colei che non sbaglia mai e Sana, carismatica e musulmana.


La serie comincia a essere interessante una volta che si concentra sulle vicende delle cinque ragazze, perchè prima sono tutte lagne di Eva che apre il frigo cinquanta volta al giorno e si fa le pare sul fidanzato. I giovani attori sono in gamba, i loro personaggi sono adolescenti credibili e affrontano anche temi niente male, come sesso, gravidanza, omosessualità, ma soprattutto le dinamiche relazionali di chi sta costruendo la propria identità. Degne di nota pure la colonna sonora e la fotografia, anche se certe inquadrature sembrano girate per gente che non ha mai visto un film in vita sua.


Ho trovato superficiale l'aspetto culturale e religioso in Sama, perchè nonostante l'intento sia quello di mettere in ridicolo i pregiudizi occidentali rispetto al velo e lei sia molto lontana dalla ragazza schiva e silenziosa che ci aspettiamo, non si parla praticamente mai di cosa comporti nella sua vita essere musulmana. . 
Skippati i difetti di cui sopra, ho adorato questa serie, l'amicizia e la solidarietà tra queste ragazze è toccante ed è cosa dura rimanere indifferente ai loro sentiment. 

domenica 15 luglio 2018

One shot review: il giovane Holden- J.D. Salinger

Anno: 1951
Paese: Stati Uniti
Genere: narrativa
Autore: J. D. Salinger
Pagine: 264
Sinossi: Holden ha 17 anni e viene buttato fuori dal prestigioso liceo dove studia di malavoglia, disprezzando i suoi compagni. Decide di approfittarne per un'avventurosa fuga a New York.

Per una volta, la traduzione italiana ha dato vita a un titolo quasi perfetto.
Temevo di essere troppo vecchia per il romanzo di formazione per eccellenza, quello che ha ispirato tutti i ribelli della letteratura giovanile a venire, da Spud Murphy a Dean Moriarty passando Alex D. E invece mi sono doverosamente innamorata del suo protagonista, un adolescente arrabbiato assolutamente memorabile. La trama non riserva chissà quali sorprese, a essere sincera mi aspettavo più sostanza dal finale, ma il flusso di coscienza della mente inquieta del Nostro risulta piacevolmente efficace e il linguaggio conferisce originalità e interesse all'opera: difficile immaginare il vecchio Holden senza i suoi mi lasciò secco, senza scherzi, dannatissimo e maledettissimo. Comico e sensibile, teneramente antiborghese e tremendamente solo, ordina whiskey e soda per atteggiarsi ad adulto vissuto, ma non fanno che rifilargli Coca Cola. Come resistergli?

Francamente, non so che diavolo dirti, Holden
Lo so. Parlare con me è un problema difficile. Me ne rendo conto

lunedì 9 luglio 2018

One shot review: how to win at feminism- Reductress

Anno: 2016
Paese: Stati Uniti
Autore: Beth Newell, Sarah Pappalardo, Anna Drezen
Genere: satira, umorismo
Pagine: 216
Sinossi: femminismo significa esigere l'uguaglianza e imparare ad amare sè stesse. Ma non troppo, gli uomini lo detestano! Questa guida insegna come battere il patriarcato meglio di chiunque altro. Dalla storia del femminismo a come scusarsi per ottenere qualsiasi cosa, i lettori impareranno come essere femministi a casa e al lavoro. Con questo libro manderai in frantumi quel soffitto di cristallo una volta per tutte (ma avrai ancora bisogno di pulire il casino subito dopo).

Comprato a Londra più di un anno fa, ci ho messo diversi mesi a leggerlo: un po' perchè l'inglese ha rallentato la comprensione del testo, ma anche perchè è un libro bizzarro, oggetto di recensioni entusiaste o indignate su Goodreads. Le autrici hanno fatto il botto con il sito satirico Reductress, dove parlano di parità di genere facendo a pezzi gli stereotipi e il light feminism delle riviste stile Cosmopolitan, quelle che ci fanno credere di poter avere tutto a costo di non fermarti neanche per pisciare, ovviamente con la massima eleganza. Anche io verso la metà del libro ero infastidita dal tono sfottente continuo e dalla messa in ridicolo di questioni vitali della lotta contro il patriarcato, invece ho capito che la comicità ha un potenziale enorme di invito alla riflessione (soprattutto se consideriamo la convinzione comune che il femminismo sia palloso) e di disinnesco dell'ignoranza e dell'odio che le donne autoderminate si guadagnano. Una lettura impegnativa ma divertentissima, un manuale colorato, fotografico e vivacemente intelligente.


You are not going to grown if you are not challenging yourself and, trust us, loving yourself will be a challenge

"Ma questa dove l'hanno trovata?": gestire le critiche sul lavoro

Fare la cameriera non era l'aspirazione della vita, è capitato per un'estate e probabilmente non succederà ancora, ciononostante cerco di dare il meglio di me stessa, anche se il maître del Mudec Restaurant di Milano è un'altra cosa.
Mi consolo con il fatto che anche il Mudec Restaurant è tutt'altra storia, dal momento che lavoro nella pizzeria di una spiaggia e la gente non si aspetta un servizio di alta classe. Anzi, errori ne facciamo parecchi e la gente spesso si incazza, nonostante la mia innata capacità di mortificazione, ma non ho difficoltà ad accettare critiche laddove ce lo meritiamo, anche se riferite francamente un po' di merda. Nemmeno quelle dei miei datori di lavoro, anche quando si incaponiscono su esemplari minchiate. L'autocritica fa parte della vita, permette di migliorare lavorativamente e di crescere come persone: alle volte ti girano i coglioni, puoi non essere d'accordo, ma ragionarci su è quasi sempre una buona idea.
Quello che mi sconcerta è la mancanza di educazione, o se vogliamo essere comprensivi, di pudore: lasciarsi andare a ogni genere di commento senza preoccuparsi di verificare se l'oggetto del dileggiamento è nei paraggi, o se la cameriera è a distanza di orecchio dal tavolo. Della serie: che non sono sorda te ne sei accorta?
Forse i primi tempi ero troppo impegnata a superare la settimana di prova e a sbattermi come un alce in modo da piacere ai clienti per registrare il commentario. Ora che la stagione comincia a farsi dura e le menti più raffinate del paese vengono volentieri a farsi un bagno, mi accorgo che diverse persone parlano (male) di me come se non ci fossi.
Ora, gli aspetti interessanti della questione sono due: le conseguenze sulla mia autostima e gli interrogativi sul cliente medio. La persona ipersensibile che scrive sta lavorando strenuamente da anni per gestire le critiche personali senza farne una malattia, che è uno dei limiti più grandi dell'insicurezza. Una sola frase, in questo senso, è capace di fare miracoli e me la disse l'adorabile psicologo del servizio civile: quando si parla di te, è la tua opinione quella che conta. Semplice ma terribilmente efficace, non trovate? Non significa che qualsiasi appunto arrivi dall'esterno è una stronzata, ma che posso ridere sulla maggiorparte delle cattiverie gratuite che sanno ferire come un dardo infuocato. Se la gente pensa che come cameriera non valga una cicca, è perchè forse hanno ragione. So what? Finchè non mi buttano fuori, rimane un lavoro di merda che mi permetterà di volare a Praga a ottobre con la Zodiaco. Per il resto, sto dando il meglio, quindi non posso rimproverarmi niente: forse sparecchiare le croste di pizza non è il mio talento (e 'sti cazzi!).
Al fatto che alcune persone non hanno coscienza della presenza degli altri, invece, non so trovare rimedio. Forse il fatto che non sono nella posizione per rispondere dà loro sufficiente libertà, o forse sono davvero troppo stupidi per figurarsi che stanno facendo una figura di merda.
Però funziona: al primo commento ero sconvolta, il quinto mi ha fatto ridere (ma mi guardo bene dal raccontarlo ai vertici dell'azienda, potrebbero trovarsi d'accordo). Ecco quindi questo post, che vuole esorcizzare l'eccessiva sensibilità sputando sulla pizza degli scienziati di cui sopra. E anche su quella dei datori di lavoro che commentano la lentezza il primo giorno di lavoro, disapprovano le chiacchiere al tavolo con le amiche e si cimentano in goffe imitazioni delle mie gambe snodate durante la pulizia dei tavoli. Ovviamente io ero dietro di loro, imperturbabile, ma comincio davvero a pensare che in tutti questi anni la sabbia gli sia entrata nel cervello.
Fuori da quella spiaggia c'è una vita da vivere, è in quella vita che voglio spendere la mia inesauribile energia.
Peace & pizza,
S.