martedì 24 aprile 2018

Younger: fingersi giovani nel mondo dell'editoria

Salve amici,
vi concedo una tregua dalle recensioni di libri serissimi per parlare di una serie tv frivola e irresistibile: YOUNGER. Forse ne avevo sentito parlare dalla mia musa virtuale Ilenia Zodiaco, forse ci ero arrivata grazie a Sex & The city, di cui ricorda l'atmosfera patinata, gli uomini come se piovesse e le feste a getto continuo.
E' la storia di Lisa, quarantenne divorziata che rientra nel mondo del lavoro dopo anni di full immersion nelle delizie della maternità: manco a dirlo, viene rimbalzata in ogni dove, in particolar modo da giovanissime bossy che si credono 'sto cazzo perchè non hanno ancora avuto bisogno di una ricucita vaginale dopo il parto. E la stroncano senza termini.
La coinquilina lesbica le consiglia di fingersi ventiseienne, dal momento che nessuno le darebbe la sua età e rimorchia senza sforzi ragazzini nei bar: grazie a un guardaroba teen e a un documento falso, viene assunta da un'importante casa editrice come assistente di una stronza piena di comiche insicurezze che la tratta come un galoppino di quart'ordine e le ricorda puntualmente che non può capirla perchè non ha vissuto abbastanza.
Sono all'inizio della seconda stagione e posso solo dare un'impressione sommaria, ma la sto letteralmente a-do-ran-do. I personaggi mi piacciono da morire: Hilary Duff interpreta una editor frizzante con un fidanzato insopportabile e con un'amica p.r. matta come un setaccio e ossessionata dai social, la coinquilina è un'artista folle come nella migliore delle tradizioni, la capa classista e ansiosa di mettere le mani sullo scapolo d'oro dell'ufficio è esilarante.
Anche quello di Lisa è un personaggio riuscito, anche se trovo sopporti tutto con un pizzico di stoicità di troppo e non si incazzi mai: dall'avvento della fantasia nella mia vita, non posso tollerare simili azzardi. Il suo equilibrio nel conciliare famiglia, lavoro e vita sociale è encomiabile e dà vita a equivoci godibilissimi.
La fotografia e la colonna sonora pompano al massimo la vita notturna newyorchese, le feste, le sbronze, le avventure e celebra l'irripetibilità della giovinezze incosciente e spensierata: mettono voglia di uscire anche a me, il che è quasi miracoloso. Per quanto superficiale e sciocchina, l'estetica pop della serie è gradevolissima e la leggerezza dello sviluppo non esclude l'invito alla riflessione, soprattutto sull'influenza determinante dell'età rispetto ai ruoli sociali e alla libertà che le persone possono concedersi nelle scelte personali.
E poi, affascinata come sono dal mondo dell'editoria che, ahimè, nonostante la laurea mai sfiorerò, è interessante studiarne le dinamiche e farsi qualche idea su come funzionino i rapporti lavorativi oltreoceano (malissimo, suppongo, si sa che dove si ride degli eccessi che sempre un fondo bello spesso di desolante verità).
Assolutamente consigliata!
Alla prossima frivolezza (stare con le amiche vanifica la mia autorevolezza culturale),
S.

venerdì 20 aprile 2018

One shot review: Diario del primo amore- Giacomo Leopardi

Anno: 1997
Paese: Italia
Autore: Giacomo Leopardi
Genere: autobiografico, memoire
Pagine: 72
Sinossi: scritto a Recanati tra il 14 e il 23 dicembre 1817, il breve estratto del diario dell'autore fu ispirato dall’innamoramento per Geltrude Cassi Lazzari, cugina di Monaldo e ospite in quei giorni in casa Leopardi, che aveva trentun anni più di lei.

Il mio amore per Giacomino da Recanati è molto più romantico che letterario: vederlo impersonato da Elio Germano mi ha emozionata oltre ogni comprensione, ma leggerlo è tutt'altra storia. La sua scrittura l'ho sempre trovata ermetica, faticosa, fitta e zeppa di superlativi, ogni tanto sono tentata di buttare via tutto e darmi agli young adult trash. Tuttavia, e fortunatamente, la capacità di espressione dei suoi sentimenti che Leopardi raggiunge con la prosa mi è di gran conforto, perchè riesco a sentirlo più vicino: è stupefacente come in queste pagine il vissuto di un adolescente di due secoli fa coincida drammaticamente con il mio negli stessi anni: le medesime emozioni, gli stessi tormenti, identici gli slanci amorosi. Il Leopardi dei primi vent'anni dell'ottocento vive i suoi primi, disperati e platonici idilli amorosi non troppo dissimilmente dai liceali contemporanei e questa constatazione non smette di sbalordirmi: come la melensaggine e la megalomania degli amori adolescenziali se ne infischi del tempo che li separa e si ripeta drammaticamente idiota.
Mi colpisce anche come Giacomino ammiri le vicende del giovane Werther e con lui prevedibilmente si identifichi: nonostante spasimino alla stessa maniera, che io trovo fatua e sciocchina, non mi innervosisce enormemente come il personaggio di Goethe. Ma io con Leopardi ho un rapporto tale di tenerezza e riconoscenza che raramente so rimproverargli qualcosa: avessi scoperto queste dolcissime confessioni quando mi innamoravo ogni centocinquanta metri, avrei trovato sollievo dai cialtroni che mi spezzavano incuranti il cuore.

Se questo è amore, che io non so, questa è la prima volta che io lo provo in età da farci sopra qualche considerazione; ed eccomi di diciannove anni e mezzo, innamorato. E veggo bene che l'amore dev'esser cosa amarissima, e che io purtroppo (dico dell'amor tenero e sentimentale) ne sarò sempre schiavo.

One shot review: le rockstar non sono morte- Valerio Piperata

Anno: 2014
Paese: Italia
Autore: Valerio Piperata
Genere: narrativa, musica
Pagine: 208
Sinossi: due liceali romanai in fissa con la musica mettono su una band senza saper suonare, aggiungono un cantante megalomane scartato a X-Factor, un criminale di borgata e si battezzano I Vecchi. Nonostante l'attitudine maldestra e l'aura di sfiga che li perseguita, un pezzo grosso della discografia italiana punta su di loro.

L'autore era poco più che un pischello all'uscita del libro e lo stile acerbo e spontaneo, non sempre riuscito, lo testimonia: nella seconda parte la narrazione non mantiene un buon ritmo, qua e là la vicenda perde di interesse. Ciononostante, la costruzione dei personaggi è deliziosa e la comicità fa un buon lavoro: in treno cercavo di ridere educatamente senza dare nell'occhio, a casa mi sono sbellicata senza ritegno. Come sempre succede, rimango colpita nello scoprire che c'è una storia vera dietro all'ispirazione del romanzo e lo storpiamento dei nomi celebri del panorama musicale fa molto ridere. In questo paese il talento nel raccontare le peggio sfighe e ingiustizie con l'ironia ce l'abbiamo cucito addosso: il ritratto dell'underground italiano è costellato dei peggio stronzi.

Com’è andata?
Non l’ho visto il concerto. Vi hanno fischiato?
No
Tirato le arance?
Nemmeno
Naziskin?
Nessuno
Allora è andata bene

sabato 17 marzo 2018

One shot review: le infiltrate- Nicola Palmarini

Anno: 2016
Paese: Italia
Autore: Nicola Palmarini
Genere: saggistica, parità di genere
Pagine: 152
Sinossi: il tema se le ragazze possano scrivere codice o meno non si pone. Possono. La domanda è: sanno di poterlo fare? Sanno che cosa si nasconde dietro a questa possibilità? Dobbiamo dirlo loro e, prima ancora, ai loro genitori, chiamati a raccontare alle proprie figlie che sono portate e geneticamente qualificate per un lavoro alternativo a quello cui in genere paiono destinate.

Un argomento interessante e poco esplorato, quello del rapporto tra ragazze e tecnologia. Confortato da dati allarmanti, interviste in giro per il mondo e un'indignazione tutta sua, l'autore apre uno spiraglio su un mondo che non ho mai considerato il mio, dichiarando: "nessuno nasce portato per la matematica e la scienza". BOOM! Una rivelazione che ha il potere di sconvolgere un'abbonata cronica al votaccio da quando sono stata in grado di scrivere due numeri sulla stessa riga: e se non fossi stata semplicemente educata, incoraggiata, seguita nel modo giusto, a vantaggio di qualche compagno maschio? Palmarini sviscera la sua tesi in ogni aspetto con una verve ferocemente anti-sessista, ottimista in un futuro luminoso di etico progresso grazie al contributo delle donne. Stimolante e istruttivo per tutti, regala orgoglio e determinazione a chi si è sempre creduto un incapace.

I messaggi sono:
1 Questa non è roba che ti interessa
2 Comunque, anche se ti interessasse, non saresti capace
3 Non appartieni a questa cultura

mercoledì 14 marzo 2018

One shot review: tutto su mia nonna- Silvia Ballestra

Anno: 2005
Paese: Italia
Autore: Silvia Ballestra
Genere: narrativa
Pagine: 204
Sinossi: tre generazioni in duecento pagine, tre donne singolari che compongono una singolarissima famiglia marchigiana, di cui l'autrice racconta caratteristiche e segreti, a cominciare dal lessico.

Sicuramente l'ispirazione della Ballestra deve molto a Lessico familiare della Ginzburg: le parole forgiate dai personaggi in base al temperamento e all'approccio all'esistenza sono lo sviluppo della vicenda. Le forme dialettali punteggiano il racconto di colorati e spassosi aneddoti, dove ho trovato il maggior piacere della lettura: i dialoghi strambi tra madre e figlia su come portare i capelli, quelli tra zia e nipote sulla necessità di depilarsi le ascelle sono una delizia. Peccato che il libro sarebbe risultato più efficace con la metà delle pagine: troppi inserti poco coerenti con la storia familiare, troppe storie assurde buttate in mezzo alla pagine di cui, a quanto vedo dai commenti online, non è fregato proprio a nessuno. Ciononostante, la lettura mi ha divertita, soprattutto nella narrazione degli isterismi, delle manie e delle assurdità di una famiglia disfunzionale dove ho ritrovato pure la mia.

Il linguaggio di un posto bisogna ascoltarlo incastonato nel suo paesaggio, non andrebbe lasciato solo nello spazio bianco di una pagina. Avere a che fare con queste parlate è come vivere su un vulcano, non sei mai veramente al sicuro.

domenica 11 marzo 2018

"Peggio di Giorgio Poi.. A questi concerti non mi prendi più": Levante LIVE

Un concerto seduta non lo guardavo dai tempi di Patti Smith: era il 2007, avevo da poco passato i vent'anni e quello era il primo che vedevo. Non potersi scatenare al cospetto della sacerdotessa del rock 'n' roll era stata una cazzata tremenda dettata da un'organizzazione incomprensibile, ma devo dire che per Levante aveva il suo perchè. Sulle prime io e la mia amica siamo rimaste deluse, ci aspettavamo di correre sotto il palco con la birra in mano (Luca era ben contento di restarsene dov'era, considerato che non gliene frega niente e mi accompagna per castigo), ma poi mi sono ricreduta: erano quasi tutte ballate piuttosto lente e ho avuto modo di interrogarmi con tranquillità sui testi, oltre che riposare le membra stanche dopo una giornata di lavoro. Il Politeama è un bellissimo teatro genovese dove non ero ancora stata e tutto quel pubblico seduto ad ascoltare il concerto educatamente composto alle sue poltrone era straniante, perfino piacevole.
Senza conoscere nei dettagli la produzione di Levante, entrambe ci aspettavamo un evento abbastanza dinamico e qualche pezzo ballababile in più: alla fine ci siamo agitate sul posto per Alfonso in apertura e Pezzo di me in chiusura, le due ore scarse di mezzo ci siamo godute le bellissime scenografie di disegni fluttuanti e giochi di luci/ombra e abbiamo viaggiato come dei siluri sulle parole cantate (c'è da dire che ai concerti a cui presenziamo d'abitudine il massimo della scenografia è il graffito alle spalle della band Skinhead Genova o Savona antifascista). 


Le parole, dicevamo: per me suonavano come poesie e mi hanno fatto venire voglia di rimettermi a scrivere qualche verso per la bellezza con cui erano capaci di parlare di storie dolorose e stronzi colossali. Però, una volta rivisti i testi online, ho realizzato che sono anche parole ermetiche e personali come poesie e rendono difficile l'identificazione con il mio vissuto. Insomma, di una sensibilità toccante, ma decise a tenerti distante e a parlare solo attraverso i sentimenti di Claudia Lagona. Forse è una personalissima interpretazione, ma mi ha delusa.
Difficile quindi, dal mio punto di vista, capire di cosa voglia  parlare Levante attraverso le sue canzoni: a un ascolto superficiale sembrano tutti pezzi d'amore, mai banali ma monetematici probabilmente sì. Invece sentirli dal vivo in quel teatro mi ha permesso di individuare riflessioni sull'amicizia e sui legami familiari, difficoltà di crescita e di essere una donna, tormenti di separazioni non solo amorose. A legare tutto insieme c'è una voce sublime e meravigliosa che emoziona continuamente, anche se trovo che molti pezzi siano giocati sui gorgheggi al solo fine di esibire la potenza vocale come un ornamento, e che questi motivi si ripetano a getto continuo fino, talvolta, a stancare. Quella voce roca e calda di Sicilia mi ha ricordato Carmen Consoli.


Abbiamo sentito tutto Nel caos di stanze stupefacenti e la gran parte dei pezzi dei primi due album; Levante ha cominciato a chiacchierare dalla metà in poi, dichiarando di essere diventata più taciturna ai suoi concerti ultimamente, però ha anche saputo contraddirsi sciogliendosi e raccontandoci delle sue emozioni con sincerità e ispirandomi molta tenerezza. Sto cominciando a capire quanto sia criticata e messa alla gogna per il solo fatto di essere una donna esplosa nel panorama indie-pop, per la capacità e la scaltrezza nel fare l'equilibrista sull'orlo di più etichette: è un personaggio che sa vendersi ma senza compromettere una forte personalità e delle opinioni precise, flirta con i social e il mainstream senza rinunciare a esibire Girl power sulle spalle o a denunciare la violenza sulle donne nei suoi pezzi. E' decisa, determinata, esplosiva, affettuosa, si interessa di attualità e adora la moda: una donna che si permette queste libertà e queste contraddizioni in Italia è antipatica a molti, che hanno la necessità di trovare una rassicurante categoria alle persone per sentirsi meno minacciati dal loro essere e fare come gli pare.
Questa riflessione finale mi spinge a dichiarare che no, non è stato il concerto che mi aspettavo e si, mi ha saputa sorprendere e conquistare senza strapparmi i capelli: la musica live rimane una forma artistica e culturale potentissima, in grado di mandare all'aria ogni preconcetto avessi prima di varcare la soglia del locale. Ogni volta che vado a sentire qualcuno, e purtroppo per chi mi piace davvero non capita spesso come vorrei, mi dico Ma perchè non ci vengo più spesso, cazzo?", scossa da tutte quelle emozioni magnifiche che un cd non è in grando di suscitare. Perciò dico a chi mi legge e prima ancora a me stessa: vai ai concerti, Cristo, non te ne pentirai comunque!
Su Pezzi di me due fan ardite si sono lanciate a pioggia verso il palco e metà del teatro le ha seguite: nonostante la ressa, le spinte, i commenti scemi della gente intorno, mi è mancato il calore umano dei cari, vecchi concerti sotto palco. Probabilmente la musica di Levante non mi piacerà mai davvero e questa serata non ha cambiato le cose, ma le sono grata per il solo fatto di esserci, prendersi gli sputi di chi non l'ha capita e fare la femminista glamour, a dispetto di tutti quelli che vorrebbero insegnare come si fa o non si fa la battaglia per la parità di genere. Il femminismo vi abbraccia tutt*: è questa la figata che non si può sconfiggere.

mercoledì 28 febbraio 2018

Imprecando sulla soglia dei locali: sull'aperitivo come convenzione sociale

Questo post è frutto di una riflessione banalissima: gli aperitivi, per l'attuale stato delle cose, mi fanno schifo e non faccio niente per nasconderlo. 
In realtà, l'idea originale è una semplice, geniale, raffinata trovata mediterranea: incontrare gli amici al calare della sera e condividere il piacere di un bicchiere di vino stuzzicando qualcosa. E' un momento piacevole per ritrovare gente persa di vista, conoscere meglio qualcuno, fare una riunione di lavoro o dare un primo appuntamento, e in questi termini l'ho sempre apprezzato e goduto.
Ultimamente, però, ho l'impressione che sia semplicemente un rituale borghese vuoto quanto le chiacchiere che lo animano, un'espressione di sconcertante superficialità e disarmante conformismo estetico. Lo è sempre stato e forse ero impegnata a bere con il resto del gregge, o ultimamente partecipo a una deriva che mi spinge a prendere le distanze da questo modo di trascorrere il tempo?
Da queste parti, ormai, sedersi a un tavolino, magari con sottofondo jazz, è out: si beve sulla porta del locale, parlando malissimo di conoscenze comuni. Nessuno dà l'impressione di annoiarsi come la sottoscritta. Io ci ho provato, giuro, a restare a galla in questo mare di stronzi, ma senza pinne la cosa è francamente rivoltante. Ci sono due o tre cose che mi disturbano di questa fruizione dell'evento:
1 L'aperitivo è un incitamento all'alcolismo coatto. Bere l'equivalente di un ingresso al cinema in alcolici di cui nulla mi importa perchè così fan tutti (e dire che mi limito per non avere nulla a cui spartire con quelli che alle 20 e tre quarti stanno già biascicando) dimostra una totale mancanza di personalità. Quanto ci piace bere e quanto, in realtà, ci sentiamo di doverlo fare per conformarci al protocollo sociale? A chi scrive di bere non frega niente, perciò di tutta la retorica intorno alla trasgressione della sbronza non so che farmene (è un discorso altrettanto interessante che affronterò in un altro post). Perchè dovrei spenderci dei soldi, se mi va di bere aranciata? Perchè le domande idiote, la stigmatizzazione sociale e il rompimento di cazzo riservato agli astemi si digeriscono peggio di un amaro.Ordinare un'altro sbagliato al barista, viceversa, è cool.
2 L'aperitivo è una pratica consumista: con tutti i soldi che le amiche spendono in alcolici, potrei estinguere mezza wishlist di libri e film. Davvero non vi importa di tutti quei liquidi che non torneranno? Non era meglio uscire una volta di meno e andare a vedere un concerto?
3 L'aperitivo è una vetrina per il look: nel mio paese natale è l'unico evento che interessi i giovani i quali, poracci, si tirano da paura perchè tutta la loro persona si fonda sull'apparenza e quella è l'unica occasione per mostrare ai concittadini il proprio valore. Non che in città le dinamiche siano diverse: altrimenti che ritorno avresti dei mille euro spesi in una Louis Vitton?
4 L'aperitivo è la morte dell'attività celebrale. Per qualche ignoto motivo, persone con cui altrove ragioni su massimi sistemi il venerdì sera sono capaci di esprimersi solo in merito a minchate. Voglia di evasione, certo. Volontà di lasciarsi alle spalle la settimana lavorativa, si dirà. Ma com'è che nessuno si rompe i coglioni a discorrere solo di minchiate, settimana dopo settimana? Si potrà parlare anche del libro sul comodino, dico io? O dell'ultima playlist aperta su Spotify? Non mi sembra di tirare in ballo elecubrazioni da tempie fumanti: sono argomenti di una banalità imbarazzante. Eppure, parlare senza gentilezza di chi non c'è è così rassicurante, ci fa sentire accettati.
5 Last but not least, a che cazzo di ora va a cena la gente che dalle 19 alle 22 si riempe il bicchiere cianciando del nulla? Non mandate a puttane l'intero ciclo intestinale? Dopo l'ultimo venerdì in cui ho mangiato una piadina d'emergenza alle undici meno venti, mi sento di dire basta.
Va da sè che ci sono altri modi di stare insieme: bersi un bicchiere a casa, condividere una cena, fare una passeggiata, andare in libreria. Persino io, nonostante la lucida analisi, arrivo però a capire che nulla possono contro le vinerie e i mercati civici in cui mi trascino per amore delle amiche: l'intelligenza è un bagaglio scomodo da portare a spasso e la solitudine generata dall'incomprensione, a una certa, pesa a tutti. Forse è per questo motivo che gli stalinisti, che per  la borghesia non dovrebbero avere grandi simpatie, ce li trovi sempre sulla porta.

sabato 24 febbraio 2018

A lovely way to spend the evening: breve storia del piacere di andare al cinema

Nella moltitudine di ciaraffi e ciaraffini che nuota alla deriva nel mare delle mie memorie, recupero quello delle primissime volte a cospetto del cinema: seconda metà degli anni novanta in compagnia di amici, fratelli e sorelle, stringersi eccitati le mani sotto i sedili mentre il tam tam di Jumanji batte a volume pazzesco, bicchieri di Coca-Cola da dividere in tre, manciate di pop-corn calpestate nel percorso per il bagno, andare a vedere Hercules con mio padre (a cui del cinema non è mai fregato nulla, figuriamoci della Disney: un pegno d'amore che mi fa vibrare d'affetto). Ho un ricordo dolcissimo del cinema agli sgoccioli dell'infanzia, un piccola festa dei sensi da celebrare una volta ogni tanto: quando usciva un film interessante, avevo i soldi per il biglietto e qualcuno disposto a venirci. Al di sopra di tutti, si staglia il ricordo di mia madre che mi proibisce di andare a vedere Titanic con la ragionevolissima giustificazione che fosse troppo triste per una dodicenne; finisco a farmelo raccontare dalla compagna di classe maliziosa, a cui frega solo della scena dentro la carrozza.
A sedici anni l'estate smette di essere la stagione della spensieratezza sulla sabbia bollente e mi regala le gioie di tre mesi e mezzo a vendere gioielli e profumi in mezzo a torinesi e milanesi che se la spassano. A partire dal quindici di settembre, mi consolo del sudore versato andando a vedere qualsiasi minchiata esca al mitico Ondina: la conoscenza della settima arte è pari allo zero e l'influenza che il trash esercita su questa adolescente magnetica. Amavo le commedie demenziali, i film d'amore scontati e facevo mia ogni sorta di trovata commerciale sullo sport: da Dodgeball a Cinderella man passando per Shaolin soccer, me li sono fatti tutti. Ho visto Santa Maradona senza capirci quasi nulla, delusa dal fatto che non c'entrasse nulla con la canzone dei Manonegra, e L'ultimo bacio innamorandomi doverosamente di Accorsi insieme a mia sorella.
Seguitai a coltivare invano l'immaginario romantico di baci rubati nel buio della sala, alimentato con una dieta a base di stronzate e cinema americano preconfezionato, perchè capitò una volta sola; peccato lui fosse mezzo fascio e del tutto cretino, e a poco valse il suo tentativo di conquistarmi sotto le stelle dell'arena estiva, che chiuse con mio sommo dispiacere qualche anno dopo. 
Passati i vent'anni mi ero sufficientemente rotta di imitare le amiche in gare di sfrenato conformismo e portavo in giro la mia stranezza con orgoglio, anche in sala: i film che volevo guardare spesso inorridivano i conoscenti e ci andavo da sola, godendo di quell'aurea da sfigata maledetta. Detestavo il paese dove vivevo e la sua gente superficiale: guardare il film sulla vita di Bob Dylan e spalancare le porte a fine spettacolo, così che tutti i bistrot fighetti dei dintorni sentissero suonare Like a rolling stone a volume da stadio, per la giovane arrabbiata che ero costituiva una dichiarazione esistenziale. L'università, nel frattempo, aveva cominciato a darmi le basi necessarie per distinguere un cinepanettone da un film d'autore e così ero arrivata a Nanni Moretti, Bernardo Bertolucci, Jean Luc Godard: gente per cui mi ero presa violente crash, dal momento che i miei coetanei erano un branco di sciocchi. Il cinema dopo anni di stenti aveva chiuso, ma immersa nella rinata passione per la settima arte non ci piansi troppe lacrime: ero approdata all'epoca dello streaming. Pur senza rendermene conto, con l'Ondina una fase della mia giovinezza aveva chiuso i battenti e tra i tanti conservavo gelosamente il ricordo di una serata con mio fratello, dove a guardare la solita stupida commedia americana eravamo in tre e ci eravamo sentiti un gruppetto di amici al bar dello sport. 
Guardare i film online cambiò radicalmente le cose: io e mio fratello smanettavamo come dannati su Emule e facevamo a gara per portare a cena mirabili proposte, oppurtunamente visionate in solitaria per assicurarci che potessero avere chance di gradimento: i nostri genitori alternavano dubbiosi silenzi a educate alzate di sopracciglia, consci che fosse in corso un'agguerrita competizione combattuta a suon di supereroi firmati Marvel e muse in bianco e nero della Nouvelle Vague.
La mia vittoria personale fu La cena dei cretini, commedia francese adatta a tutti perchè sinceramente divertente, a prova di ignorante ma anche ferocemente antiborghese: riuscii a farla apprezzare alla famiglia, agli amici del fidanzato e a tutte le avventure di una notte che pernottavano nel mio appartamento in affitto. Dai ventiquattro ai trent'anni ho guardato vagonate di film a ritmi che impressionavano le amiche online, con cui finalmente straparlare di cinema: grazie allo streaming dimenticavo il piacere della sala semibuia perchè le piattaforme erano gratuite, collezionare dvd non aveva più senso e i soldi del cinema venivano spesi in libri, viaggi e concerti.
Eppure, alla soglia dei trentadue anni, un'insidia perfidamente seduttiva mi attendeva a cinque minuti dal mio nuovo domicilio savonese: il multisala Diana, con una scelta di ben cinque film diversi. Non so dire esattamente quando sia cominciata, ma  ricordo che quando arrivò l'estate e il cinema al'aperto propose una ventina di film che mi ero persa durante la passata stagione, decisi che sarei andata a tutti gli spettacoli, nonostante mi alzassi alle sei e intorno alle nove fossi già a dormire. Da quel momento non mi sono più fermata: credo che la passione per il luogo cinema sarebbe comunque tornata cambiando città, ma averlo sotto casa mi ha trasformata nella fanatica che aspetta con ansia il giovedì per scoprire in film in uscita e che a colazione guarda tutti i trailer di Mymovies.
Andare al cinema in compagnia è ancora quello che preferisco, ma comprendo bene che non tutti siano disposti a seguirmi tre volte a settimana. Così ho ripreso le abitudini dell'ex ragazza ribelle e ci vado da sola, rallegrandomi del fatto che il buio della sala mi sia amico e mi accolga anche in pigiama o in discutibili tute di pile. Quando invece mi voglio concedere il piacere della commedia colta al circolo Arci e attraverso il porto per raggiungerlo, una sistemata quasi a malincuore tocca darmela.
Penso che qualcuno troverebbero imbarazzante guardare un film non accompagnato: forse, avversa come sono ad aperitivi e serate in darsena, dove la mission è recuperare i soldi spesi per scarpe e vestiti in cambio di consenso sociale e dimenticarsi quanto si è stronzi buttando cinquanta euro in alcolici, apprezzo poter piangere e ridere senza curarmi di alcun giudizio, mentre i miei outfit casuali scivolano nell'oscurità e la luce presta attenzione solo alle vite immaginate degli altri sullo schermo.

Quando si va a al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa
Jean Luc Godard 

„Quando si va al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa.

Riferimento: https://le-citazioni.it/autori/jean-luc-godard/
„Quando si va al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa.

Riferimento: https://le-citazioni.it/autori/jean-luc-godard/

mercoledì 14 febbraio 2018

One shot review: autobiografia in 3 volumi- Simone De Beauvoir

Anno: 1958-1960-1963
Paese: Francia
Autore: Simone De Beauvoir
Genere: mémoire
Pagine: 384-544-632
Sinossi: auobiografia della celebre filosofa, scrittrice e femminista parigina, dall'infanzia borghese dei primi del novecento all'attivismo politico nella seconda metà degli anni cinquanta.

A essere sinceri, i volumi sono quattro, A conti fatti non l'ho mai finito. Indubbiamente, nonostante la scrittura sia magnetica, elegante, appassionata, per me i libri più interessanti sono stati i primi due. Il racconto della sua prima giovinezza, in modo particolare, mi ha completamente rapita: in Memorie di una ragazza per bene, costellato di personaggi memorabili, la narrazione di tappe scontate nella maturazione di una donna (la dedizione per lo studio, il conflitto con la famiglia, il desiderio di indipendenza) è assolutamente personale e appassionante. Lo stile dell'autrice, attento ai dettagli,  rende interessante anche il momento più trascurabile, e raffinato l'episodio più basso e volgare.
Ero convinta che niente potesse piacermi come il racconto di questa fase della sua vita, e in verità L'età della forza mi ha sedotta in maniera differente: anni di gioiosa indipendenza, l'esperienza da insegnante, le camminate solitarie in montagna, l'incontro con Sartre, l'occupazione francese. E' stato facile identificarmi con lei: quasi coetanee, la passione per la scrittura, l'ardore del temperamento. Le ho invidiato la simbiosi con Sartre, i contatti e le amicizie del mondo intellettuale, la vivacità delle serate trascorse insieme, le giornate al Flore, le vacanze in bicicletta e sui monti, la forza di affrontare le avversità con l’amore per la vita. Qualsiasi cosa capitasse alla sua esistenza, lo racconta con una leggerezza e una novizia di particolari che è solo la sua: è un talento che le invidio e mi fa venire in mente la Ginzburg. Quando comincio La forza delle cose, Simone mi è diventata cara, la sua scrittura ormai mi fa compagnia da mesi. Giunta a metà del suo percorso, le memorie di Simone perdono un po' della spensieratezza e delle avventure conosciute finora e si concentrano maggiormente sui resoconti di viaggi oltreoceano (che mi regalano una folle voglia di partire), sull'attualità politica con la drammatica vicenda in Algeria e su una generale rassegnazione nei confronti della vecchiaia che quasi mi preoccupa: per Simone è una sconfitta, un amaro compromesso, la fine di ogni sogno.Ha il pregio di farmi conoscere Sartre, personaggio meraviglioso che ognuna di noi vorrebbe incontrare, e di turbarmi con la relazione clandestina tra l'autrice e Nelson Algren, scrittore e poeta americano, che ciononostante sa farmi vibrare di passione (o forse ancora di più mi turba che dopo trent'anni lei e Sartre continuino a darsi del voi). Un personaggio, una donna e una figura di spicco nel panorama letterario dell'epoca la cui influenza va ben oltre il celeberimmo Secondo sesso e a cui le generazioni dovrebbero essere profondamente grate.

Fuori, la nebbia e le notti provinciali: ma per me non esisteva nient'altro che il tepore e la luce del caffè dov'ero seduta, il tè che mi scottava la gola e io che parlavo, massacrando con le parole l'universo intero 

              

mercoledì 17 gennaio 2018

One shot review: cambiamento di prospettiva- Virginia Woolf

Anno: 1982
Paese: Inghilterra
Autore: Virginia Woolf
Genere: epistolare
Pagine: 762
Sinossi: sette anni, dal 1923 al 1929, di lettere scritte dall'autrice agli amici e alla famiglia: la vita con Leonard, il lavoro alla Hogarth Press, le letture, i viaggi, i pettegolezzi, i sentimenti.

Ho provato diverse volte a leggere i suoi romanzi, ma li trovo difficili, ridondanti, faticosi. Nonostante la scrittura della Woolf non cambi in questa raccolta epistolare, l'ho apprezzata in tutti i viaggi pindarici della sua mente frenetica. Virginia rende minuziosamente l'immagine di una vita impegnatissima e di una compagnia di amicizie incessante e deliziosa, con descrizione scarmigliate e confusionarie che mettono allegria. Nei suoi racconti non mancano mai richieste di romanzi, saggi e articoli con cui tormentare i corrispondenti, montagne di libri da recensire che la stressano enormemente, le case che abitano e dove traslocano, la tenerezza di un rapporto con il marito che è tutto lavoro, nient'altro che lavoro e conversazioni sulla letteratura, fino alla prossima fuga fuori città.
La scrittura è ricca, originale, spesso delirante e adorabilmente pazza, tempestata di parentesi furiose e osservazioni stravaganti. Ci sono miriadi di storie e opere e personaggia a cui appassionarsi e il ritratto che emerge da queste pagine è quella di una quarantenne pragmatica e sentimentale, tormentata dalla scrittura e profondamente grata alla sua vocazione, legatissima agli amici e alla famiglia che distrugge a ogni lettera. Insieme, incredibilmente acida e terribilmente affettuosa.
Ci sono espressioni geniali che vorrete portare sempre con voi (siamo in ballo in questo momento, gli operai sputano e bestemmiano in ogni stanza), descrizioni di episodi esilaranti e un mare di buffe sciocchezze annotate da Virginia e smentite dalle note: pubblicheremo presto il tuo saggio! Nota 4: la Hogart Press non pubblicò mai niente di Tizio. Come si fa a non amarla?
Che altro aggiungere, se non che mi ha tenuto compagnia come poche altre letture degli ultimi tempi?
Controindicazioni: potreste avvertire l'irresistibile desiderio di scrivere mail furiose e scellerate, colme di aggettivi fuori posto, agli amici lontani che vi prenderanno per scemi.

Ogni strada di Bloomsbury adesso mi sembra segnata dalle mie sofferenze, ma ero qualcosa di più che un po' matta. Ma non continuo, altrimenti finirei con lo scriverti davvero una lettera intima e ti piacerei meno, molto meno, ancora meno di adesso.