domenica 15 luglio 2018

One shot review: il giovane Holden- J.D. Salinger

Anno: 1951
Paese: Stati Uniti
Genere: narrativa
Autore: J. D. Salinger
Pagine: 264
Sinossi: Holden ha 17 anni e viene buttato fuori dal prestigioso liceo dove studia di malavoglia, disprezzando i suoi compagni. Decide di approfittarne per un'avventurosa fuga a New York.

Per una volta, la traduzione italiana ha dato vita a un titolo quasi perfetto.
Temevo di essere troppo vecchia per il romanzo di formazione per eccellenza, quello che ha ispirato tutti i ribelli della letteratura giovanile a venire, da Spud Murphy a Dean Moriarty passando Alex D. E invece mi sono doverosamente innamorata del suo protagonista, un adolescente arrabbiato assolutamente memorabile. La trama non riserva chissà quali sorprese, a essere sincera mi aspettavo più sostanza dal finale, ma il flusso di coscienza della mente inquieta del Nostro risulta piacevolmente efficace e il linguaggio conferisce originalità e interesse all'opera: difficile immaginare il vecchio Holden senza i suoi mi lasciò secco, senza scherzi, dannatissimo e maledettissimo. Comico e sensibile, teneramente antiborghese e tremendamente solo, ordina whiskey e soda per atteggiarsi ad adulto vissuto, ma non fanno che rifilargli Coca Cola. Come resistergli?

Francamente, non so che diavolo dirti, Holden
Lo so. Parlare con me è un problema difficile. Me ne rendo conto

lunedì 9 luglio 2018

One shot review: how to win at feminism- Reductress

Anno: 2016
Paese: Stati Uniti
Autore: Beth Newell, Sarah Pappalardo, Anna Drezen
Genere: satira, umorismo
Pagine: 216
Sinossi: femminismo significa esigere l'uguaglianza e imparare ad amare sè stesse. Ma non troppo, gli uomini lo detestano! Questa guida insegna come battere il patriarcato meglio di chiunque altro. Dalla storia del femminismo a come scusarsi per ottenere qualsiasi cosa, i lettori impareranno come essere femministi a casa e al lavoro. Con questo libro manderai in frantumi quel soffitto di cristallo una volta per tutte (ma avrai ancora bisogno di pulire il casino subito dopo).

Comprato a Londra più di un anno fa, ci ho messo diversi mesi a leggerlo: un po' perchè l'inglese ha rallentato la comprensione del testo, ma anche perchè è un libro bizzarro, oggetto di recensioni entusiaste o indignate su Goodreads. Le autrici hanno fatto il botto con il sito satirico Reductress, dove parlano di parità di genere facendo a pezzi gli stereotipi e il light feminism delle riviste stile Cosmopolitan, quelle che ci fanno credere di poter avere tutto a costo di non fermarti neanche per pisciare, ovviamente con la massima eleganza. Anche io verso la metà del libro ero infastidita dal tono sfottente continuo e dalla messa in ridicolo di questioni vitali della lotta contro il patriarcato, invece ho capito che la comicità ha un potenziale enorme di invito alla riflessione (soprattutto se consideriamo la convinzione comune che il femminismo sia palloso) e di disinnesco dell'ignoranza e dell'odio che le donne autoderminate si guadagnano. Una lettura impegnativa ma divertentissima, un manuale colorato, fotografico e vivacemente intelligente.


You are not going to grown if you are not challenging yourself and, trust us, loving yourself will be a challenge

"Ma questa dove l'hanno trovata?": gestire le critiche sul lavoro

Fare la cameriera non era l'aspirazione della vita, è capitato per un'estate e probabilmente non succederà ancora, ciononostante cerco di dare il meglio di me stessa, anche se il maître del Mudec Restaurant di Milano è un'altra cosa.
Mi consolo con il fatto che anche il Mudec Restaurant è tutt'altra storia, dal momento che lavoro nella pizzeria di una spiaggia e la gente non si aspetta un servizio di alta classe. Anzi, errori ne facciamo parecchi e la gente spesso si incazza, nonostante la mia innata capacità di mortificazione, ma non ho difficoltà ad accettare critiche laddove ce lo meritiamo, anche se riferite francamente un po' di merda. Nemmeno quelle dei miei datori di lavoro, anche quando si incaponiscono su esemplari minchiate. L'autocritica fa parte della vita, permette di migliorare lavorativamente e di crescere come persone: alle volte ti girano i coglioni, puoi non essere d'accordo, ma ragionarci su è quasi sempre una buona idea.
Quello che mi sconcerta è la mancanza di educazione, o se vogliamo essere comprensivi, di pudore: lasciarsi andare a ogni genere di commento senza preoccuparsi di verificare se l'oggetto del dileggiamento è nei paraggi, o se la cameriera è a distanza di orecchio dal tavolo. Della serie: che non sono sorda te ne sei accorta?
Forse i primi tempi ero troppo impegnata a superare la settimana di prova e a sbattermi come un alce in modo da piacere ai clienti per registrare il commentario. Ora che la stagione comincia a farsi dura e le menti più raffinate del paese vengono volentieri a farsi un bagno, mi accorgo che diverse persone parlano (male) di me come se non ci fossi.
Ora, gli aspetti interessanti della questione sono due: le conseguenze sulla mia autostima e gli interrogativi sul cliente medio. La persona ipersensibile che scrive sta lavorando strenuamente da anni per gestire le critiche personali senza farne una malattia, che è uno dei limiti più grandi dell'insicurezza. Una sola frase, in questo senso, è capace di fare miracoli e me la disse l'adorabile psicologo del servizio civile: quando si parla di te, è la tua opinione quella che conta. Semplice ma terribilmente efficace, non trovate? Non significa che qualsiasi appunto arrivi dall'esterno è una stronzata, ma che posso ridere sulla maggiorparte delle cattiverie gratuite che sanno ferire come un dardo infuocato. Se la gente pensa che come cameriera non valga una cicca, è perchè forse hanno ragione. So what? Finchè non mi buttano fuori, rimane un lavoro di merda che mi permetterà di volare a Praga a ottobre con la Zodiaco. Per il resto, sto dando il meglio, quindi non posso rimproverarmi niente: forse sparecchiare le croste di pizza non è il mio talento (e 'sti cazzi!).
Al fatto che alcune persone non hanno coscienza della presenza degli altri, invece, non so trovare rimedio. Forse il fatto che non sono nella posizione per rispondere dà loro sufficiente libertà, o forse sono davvero troppo stupidi per figurarsi che stanno facendo una figura di merda.
Però funziona: al primo commento ero sconvolta, il quinto mi ha fatto ridere (ma mi guardo bene dal raccontarlo ai vertici dell'azienda, potrebbero trovarsi d'accordo). Ecco quindi questo post, che vuole esorcizzare l'eccessiva sensibilità sputando sulla pizza degli scienziati di cui sopra. E anche su quella dei datori di lavoro che commentano la lentezza il primo giorno di lavoro, disapprovano le chiacchiere al tavolo con le amiche e si cimentano in goffe imitazioni delle mie gambe snodate durante la pulizia dei tavoli. Ovviamente io ero dietro di loro, imperturbabile, ma comincio davvero a pensare che in tutti questi anni la sabbia gli sia entrata nel cervello.
Fuori da quella spiaggia c'è una vita da vivere, è in quella vita che voglio spendere la mia inesauribile energia.
Peace & pizza,
S.


martedì 26 giugno 2018

One shot review: essere Nanni Moretti- Giuseppe Culicchia

Anno: 2017
Paese: Italia
Autore: Giuseppe Culicchia
Genere: narrativa
Pagine: 264
Sinossi: Bruno Bruni è uno scrittore sconosciuto che cerca inutilmente di sfondare con il Grande Romanzo Italiano e tira a a campare traducendo per una miseria autori cyber-punk. Un giorno si fa crescere la barba e scopre che tutti lo scambiano per Nanni Moretti. La fidanzata, scema come il legno ma astuta come una faina, lo convince ad approfittarsene per vivere aggratis.

Dell'autore avevo letto quasi per caso Paso doble e ho comprato l'ultimo romanzo su consiglio di Matteo Fumagalli, che legge come un drago. Mi ha distratta dalla prospettiva di un'estate vuota e noiosa con una vicenda originale e spassosissima, anche se ho trovato la prosa a tratti artificiosa e inutilmente ripetuta. Bruno è un protagonista curioso, vittima delle mode più idiote e degli idealismi più frivoli, ma nel corso della narrazione si fa più consapevole, più cinico e pungente. Ho apprezzato molto la vivacità dei dialoghi e la descrizione del mondo editoriale mi ha molto divertita, per non parlare dell'odio che il protagonista nutre per Culicchia, la vera chicca narrativa del libro. Temevo per il finale, dal momento che quello di Paso Doble mi aveva delusa, ma mi ha saputo sorprendere. Decisamente consigliato.

 In compenso, avvisto in lontananza: Fabio volo con attaccato uno sciame di ragazzine urlanti, Andrea De Carlo in t-shirt nera e chitarra inseguito da un gruppo di cinquantenni abbastanza composte, Alessandro D'Avenia tampinato da un centinaio di professoresse tra piacenti e attempate, Antonio Scurati con l'aria di stare antipatico persino a sè stesso, Erri De Luca vestito come se dovesse scalare l'Everest, Aldo Nove con un improbabile giacca rosa intento a a cospargersi dalla testa ai piedi di profumo, Paolo Crepet col classico maglioncino di cotone color pistacchio in compagnia di tre criminologhe sulla quarantina abbastanza piacenti

martedì 5 giugno 2018

One shot review: pastorale americana- Philip Roth

Anno: 1997
Paese: Stati Uniti
Autore: Philip Roth
Genere: narrativa 
Pagine: 425
Sinossi: Seymour Levov è alto, biondo e atletico. Malgrado sia di origine ebraica al liceo lo chiamano lo Svedese. Negli anni '50 sposa miss New Jersey, avviandosi ad una vita di lavoro nella fabbrica del padre. Nella sua splendida villa cresce Merry, la figlia cagionevole e balbuziente. Finché arriva il giorno in cui le contraddizioni del paese raggiungono la soglia del suo rifugio, devastandola. La guerra del Vietnam è al culmine. Merry sta terminando la scuola e ha l'obiettivo di portare la guerra in casa. Letteralmente.

Arrivo a questo libro grazie a Ilenia Zodiaco che lo porta su un palmo di mano. Effettivamente, malgrado mi coinvolga con estenuante lentezza in principio, è un romanzo superbo. Più che per la costruzione di personaggi scolpiti nella carta e nella memoria dei lettori, per la prosa magnifica e per la vicenda appassionante e dolorosa, mi colpisce la grande capacità di analisi psicologica dell'autore: i tormenti interiori dello Svedese sono raccontati attraverso dialoghi interminabili animati da una vivacità e una violenza emozionanti. C'è il solito finale aperto, tanto caro agli americani, che mi lascia basita e il mistero che avvolge Rita Cohen non viene mai svelato, il che mi innervosisce non poco. Anche la visione di Roth rispetto agli idealismi del libro è tutt'altro che limpida: d'accordo la critica alla mediocrità del sogno americano e all'ipocrisia del perbenismo borghese, ma nemmeno il fanatismo politico della figlia mi sembra ne esca tanto bene. Tuttavia, è assodato che la mia capacità di trarre conclusioni sensate non brilli fulgidamente, perciò mi accontento di aver letto un gran bel libro mentre il suo autore moriva a ottantacinque anni.

A suo modo di vedere, era semplice: dovevi solo fare il tuo dovere strenuamente e inflessibilmente come un Levov, e l’ordine diventava una condizione naturale, la vita quotidiana una storia semplice dal limpido svolgimento, una storia assolutamente tranquilla, le fluttuazioni prevedibili, la battaglia contenibile, le sorprese soddisfacenti, il moto continuo un’ondulazione che ti trasportava, sicuro che le onde dei maremoti si abbattessero soltanto su paesi a migliaia e migliaia di miglia di distanza; o così tutto gli era sembrato una volta, quando l’unione della bella madre, del forte padre e della figlia vivace e spumeggiante uguagliava la trinità dei tre orsacchiotti.

domenica 27 maggio 2018

One shot review: il femminismo è superato (falso!)- Paola Columba

Anno: 2018
Paese: Italia
Autore: Paola Columba
Genere: saggistica
Pagine: 129
Sinossi: dalle battaglie delle femministe 'storiche' alle ragazze della Youtube generation, il punto resta la difesa dei diritti delle donne. Perché vanno difesi ogni giorno e di nuovo conquistati. Non possono mai essere dati per scontati. Le donne lo sanno. Lo sapevano le ragazze di ieri, devono saperlo le ragazze di oggi.

Il saggio indaga un tema piuttosto esplorato nella quarta ondata del femminismo: a che punto ci troviamo oggi e se la nuova generazione ha interesse a portare avanti la battaglia. Ho trovato interessante il dialogo con le millenials, perlopiù timorose di deludere le aspettative dei coetanei e ignare di quanto la conquista di diritti le riguardi, meno originale le interviste a figure storiche del movimento in Italia, nonostante nomi di tutto rispetto (Muraro, Ravera, Bonino, Cutrufelli, Melandri, Maraini..) di cui apprezzo le opinioni. Un tentativo volenteroso, ma poco illuminante per chi ha già letto altro sull'argomento: nessun nuovo punto di vista, citazioni letterarie e contaminazioni filosofiche poco rilevanti, scarsa incisività. Più utile, forse, alle potenziali neofite nate tra i primi anni '80 e il 2000 che godono dei diritti per cui le donne hanno combattuto prima di loro e sostengono di non aver bisogno del femminismo (pfff!).

Oggi succedono cose che per le ragazze della mia generazione erano inimmaginabili. Solo un esempio: se quand’ero al liceo avessi lasciato il mio compagno, lui non avrebbe neanche pensato di darmi fuoco. Non succedeva perché era semplicemente impensabile.

giovedì 17 maggio 2018

One shot review: Girl power- Jennifer Mathieu

Titolo originale: Moxie
Anno: 2018
Paese: Stati Uniti
Autore: Jennifer Mathieu
Genere: young adult
Pagine: 300
Sinossi: Vivian è una timida studentessa che frequenta un liceo spaventosamente sessista in un Texas francamente inverosimile: insegnanti indifferenti, preside misogino, compagni di classe da prendere a cazzotti nei denti. Ispirata dal passato di riot girl della madre e dalla musica delle Bikini Kill, dà vita a una fanzine femminista.

Certo il Texas non ha una gran nomea quanto a progressismo e rispetto della diversità, ma questa cittadina di provincia anonima e repressiva mi sembra un tantino eccessiva per risultare credibile. Nella rassegnazione generale delle ragazze, i coetanei sono liberi di fare il cazzo che pare a loro, senza che a loro venga neanche in mente di parlarne ai genitori, quella stessa generazione di trentacinque-cinquantenni che sta facendo più danni che la tempesta con la loro iperprotettività isterica. Sorry, I really can't believe this. 
Detto ciò, ai miei tempi ce li sognavamo romanzi per ragazzi che citano le musiciste punk degli anni '90 e inneggiano al femminismo! Ho dovuto trascurare la lettura di Pastorale americana perchè i colpi di scena di questa storia mi hanno fatto dimenticare anche la febbre, per non parlare della solidarietà toccante che cementa il rapporto tra le protagoniste. La scrittura è molto semplice, talvolta generosa di dettagli inutili, ma il messaggio del libro è troppo importante perchè ci si aspetti la penna di Raimond Carver: spero di brutto che le adolescenti ne apprezzino il carattere sovversivo ed empowering e che corrano a scoprire cosa succedeva ad Olympia nei primi anni novanta.

It occurs to me that this is what it means to be a feminist. It’s not a bad word. After today it might be my favorite word. Because really all it is is girls supporting each other and wanting to be treated like human beings in a world that’s always finding ways to tell them they’re not.

martedì 8 maggio 2018

"La Simo compra solo reggiseni femministi": breve storia di un orpello

Il primo reggiseno lo ricordo molto carino e per me, additata come la senzatette di turno, fu una conquista importante, anche se mio padre sghignazzava quando se ne accorse. Sono convinta che dalla pre-adolescenza in poi la misura del seno acquisti un'importanza enorme, per chi lo porta e chi lo palpa, e la sua ragionevole dose di complessi. Anch'io devo avere patito per le maligne considerazioni a cui ti sottopongono le coetanee più ciniche, leggi anche frustrate, ma c'erano tante di quelle cose per cui sfottermi e di cui preoccuparmi (occhiali, assenza di peli pubici, abbigliamento, genitori imbarazzanti.. la lista sarebbe più lunga e penosa) che per le tette non ricordo struggimenti considerevoli. Sì, avevo una timida prima quando diverse compagne già sfoggiavano terze invidiatissime, e a quell'età era un ottimo punto di partenza per attrarre compagni immersi in una bagnacauda di ormoni, ma avrei desiderato di gran lunga potermi vestire decentemente per mettere a tacere la mia incessante sfiga.
Forse è questo il motivo della mia sorpresa quando ragazze sui 25-30 anni si crucciano per una prima, una seconda e sognano dolorosissimi interventi chirurgici: ho conosciuto molto, molto bene le insicurezze con cui i soliti mazzi di stronzetti ti costringono a confrontarti quando sei più vulnerabile e  alla cieca ricerca di conferme. Tuttavia, una volta che cresciamo, non è un po' puerile questa fissazione per le tette da manga porno?


Il percorso femminista che mi ha forgiata mi ha dato una santa mano nell'accettarmi per quella che sono e nel liberarmi delle piccole guerre dichiarate a noi stesse messe in testa dagli uomini. Se da domani sparisse dalle nostre teste la convinzione che smanacciare su delle quarte sia il loro climax sessuale, ci importerebbe ancora qualcosa di avere una cassa toracica da tredicenne?
Con il femminismo nella mia vita è arrivata la ribellione, anche nei reggiseni: al bando i modelli super imbottiti in cui sentirmi una faina in una trappola di bosco, via libera ai reggiseni sportivi, velenosamente ribattezzati dalle amiche reggiseni femministi. Un pomeriggio di shopping con loro era peggio di una sassaiola di ingiurie. Più di ogni altra cosa, mi sarebbe piaciuto non metterli affatto, ma se proprio vogliamo trovare un problema al mio magnifico seno, di cui solo in anni recenti mi sono irrimediabilmente innamorata, è quello di avere capezzoli più duri del torrone che si avvistano anche a cento metri. Quando con ardita ostinazione giravo nuda sotto le magliette estive, mia sorella mi indicava come il dito di Dio a mia zia: dille qualcosa! Lei rievocava con occhi sognanti quegli anni settanta in cui il reggiseno era un patto col diavolo, ma poi mi ammoniva di pensare alla vecchiaia, quando crolla tutto senza ritegno.


Finalmente, mentre pensavo a tutt'altro, è arrivata l'insolita moda dei reggiseni morbidi, di tutte le fogge e le taglie, a liberare le irriducibili dal brassiere inchiavabile. Bien jouè.
Come in tutti i campi del sapere in cui ritengo di esprimere opinioni inossidabili, quella del reggiseno l'ho sempre considerata una battaglia delle donne libere. E avere una quarta di reggiseno, una rottura di cazzo incredibile. Poi però sono capitata su un video di Cmdrp sull'argomento che mi ha costretta a rivedere il rigore delle mie posizioni: perchè non diventi una prigione dorata di moniti e divieti, le donne devono poter scegliere. Dalla terza in su, il reggiseno è quasi indispensabile e rivela, oltre che idealismi e stereotipi, finalmente la sua utilità: sostenere un seno, alleggerire il peso. E poi ci sono tutte quelle persone che dentro qualche centrimetro di tessuto si sentono a loro agio e non sono disposte a rinunciarvi per sfidare il senso comune. E ho capito l'importanza di accettarle e di supportarle.
Ciononostante, faccio ancora fatica a contemplare l'universo delle giovani donne che sognano di ricevere una taglia in più. Sorvolando su quanto riferito da chi si è sottoposta a questa barbarie e ha patito le pene dell'inferno (a quel punto sono tutti cazzi vostri), penso che in questi casi una riflessione confortata dal pensiero femminista sia doverosa: perchè non provare a superare la granitica affermazione di farlo solo per noi stesse, a capire quali sono le paure che vogliamo annientare con mezzo chilo di silicone? Tutto quello che paghiamo migliaia di euro può essere ottenuto lavorando sulla fiducia in noi stesse. Avremo un seno imponente come la doppia prua di un catamarano, ma la nostra sicurezza nelle relazioni umane dipenderà da un artificio pagato a gente che per tutta la vita ha demolito la nostra autostima per spenderselo in Dio sa quale puttanata. Il mercato vive da tempo immemore sulla capacità di indurre le donne a detestare sè stesse: penso che buttarlo in culo a tutti loro sia una forma d'amore.

Con la sua misera e resistente seconda,
S.

giovedì 3 maggio 2018

Un piccolo meraviglioso drappello di amici: come Youtube mi ha cambiata negli ultimi anni

Il primo approccio con l'universo degli youtuber fu piuttosto buffo: la mia amica e co-autrice di questo blog mi mandò un video per schernire una ragazza siciliana che recensiva senza troppa arte Lolita di Nabokov. Aveva, tuttavia, una voce così rilassante che decisi di continuare a seguirla per avere compagnia mentre facevo cose noiosisime, tipo stendere o strappare le sopracciglie. In modo del tutto spontaneo e inaspettato, nonostante prestassi poca attenzione ai contenuti, imparai un sacco di cose: fare detersivi e cosmetici homemade, avere un minore impatto sull'ambiente, nozioni di decoupage e oggettini da regalo, perchè acquistare prodotti di bellezza eco-biologici.  
Fu l'inizio di una piccola rivoluzione di cui ebbi coscienza solo con gli anni. Cominciai a seguire altri canali, più per il piacere di una bella voce che per quello che sentivo raccontare, anche perchè era del tutto trascurabile per i miei interessi: make-up, haul di fast-fashion, outfit, pettegolezzi e drammi personali. In qualche modo, non ricordo assolutamente quale (sulle svolte della vita aleggia sempre una certa nebbia), capii che quel mondo virtuale pullulava di gente che poteva intrattenermi parlando di cinema, libri, femminismo, tutte cose in grado di fare la mia gioia. Del resto, se qualche anno prima grazie ai forum avevo trovato persone in tutta Italia con cui parlare di skinheads e Beastie Boys, Youtube poteva essere la chiave per aprirmi ad altri campi del sapere, di cui difficilmente avrei parlato con le amiche un poco superficiali. E esattamente così è stato.
L'aspetto più bello di questa forma di conoscenza è la naturalezza dell'apprendimento: meno impegnativo di libri e articoli, assolutamente pro-multitasking e molto divertente. E' da poco più di un anno a questa parte che Youtube è diventato il coro di voci che riempie le mie giornate, grazie a cui sono stata stimolata e spinta a cambiare in una maniera che non avrei potuto immaginare. I responsabili di questa significativa evoluzione rispondono a tre promotori di cultura in particolare:

Matteo Fumagalli, vorace lettore appassionato di cinema, gatti e Giappone. Ha una rubrica di posta del cuore per adolescenti in crisi che mi ha ridato gioia di vivere in un'estate affollata di bambini impossibili. Con lui ho riscoperto il piacere della lettura, una marea di libri e autori mai sentiti nominare prima che farebbero la gioia ai colloqui in libreria (se si decidessero a chiamarmi) e un frasario da post-adolescente milanese con cui mandare a spigolare le amiche ivi domiciliate che fanno le bitchy.
Cmdrp, al secolo Irene Facheris, ovvero il femminismo a portata di orecchio. La sua spiccata capacità di comunicazione l'ha ispirata per creare il format Parità in pillole, con cui introduce anche i più agnostici alle profondità delle questioni di genere. Mi ha insegnato molto più di quello che credevo di sapere sulle tematiche femminili, per non parlare dela finestra che ha aperto sulla comunità lgbt. Ho smesso di sentirmi l'isolata femminista rompicoglioni della zona.
Ilenia Zodiaco, la queen incontrastrata della mia idolatria senile. Ogni video è una festa, il suo eloquio incantevole coniugato a l'accento catanese assolutamente magnetico mi strappa il cuore. Classe '92, laureata in lettere moderne, padre bibliotecario, mangia libri come caramelle e ne racconta con una classe fuori dal comune: tutto quello che vorrei essere. Quando mi sento giù, una recensione velenossisima su uno young adult trash mi riporta in vita a suon di ghignate Un pozzo di gusto, talento, letteratura e capelli bellissimi (è la mia cotta lesbica, senza dubbio).

Come potete immaginare, gli youtuber si fanno un mucchio di pubblicità l'uno con l'altro, perciò non finisco mai di conoscerne di nuovi. Grazie a questo filone inesauribile di gente e interessi ho una lista chilometrica di letture in attending tra librerie e biblioteche, sono tornata a guardare un film sui supereroi a distanza di dodici anni, ho imparato molto su generi, libri, autori, serie tv e film che non mi sognerò mai di guardare, ho fatto la nutella e il kebab do it yourself, leggo le etichette dei cosmetici e so esattamente cosa non comprare, conosco la differenza tra transgender, drag queen, pansessuale ed eteroflessibile, ho potuto sostenere un colloquio in profumeria senza sapermi truccare, ho sensibilmente ridotto i miei ascolti musicali perchè la musica non mi inteessa più quanto i video. E' stato un percorso tanto più emozionante perchè neanche mi sono accorta di quanto queste persone mi stessero aiutando a informarmi, divertirmi, intrattenermi, allargare i miei orizzonti: ho dovuto fermarmi per realizzare quanto sia profondo questo cambiamento ed esserne felice.
La mia gratitudine a questo fenomeno potrebbe suonare sconsiderata, immatura o perfettamente idiota a chi non ha condiviso la stessa esperienza. Forse un po' di fanatismo in tutta questa faccenda esiste, ma la compagnia virtuale e incessante che fa la gioia dell'amante delle vette solitarie che vi scrive, ultimamente anche un poco scoraggiata dalle relazioni umane, è una piccola rivoluzione che scheggia la misantropia della vita reale.  
La vostra devota fangirl,
S.
 
Ci sono campi del sapere dove sono particolarmente ferrata, come l'acqua d'uva e la marmellata di fichi 


martedì 1 maggio 2018

Uscivo con Satana e sono ancora viva

Quando ho raccontato a un carissimo amico che il mio ex fidanzato non disdegnava la violenza sulle donne (e sulla sua in particolare), la replica è stata: "Ma come, tu che sei una femminista?".
Intendeva dire che non gli pareva possibile che una persona attenta e consapevole alla parità di genere permettesse al ragazzo che aveva scelto di alzarle le mani. Non posso negare che sia una legittima osservazione.
La violenza di compagni, mariti, ex e fidanzati sembra essere una di quelle cose che ci sfiora vagamente: le campagne sui media, gli articoli sui giornali, i racconti della zia o dell'amica, quegli uomini orrendi e possessivi a cui non avremmo permesso di toccarci neanche con una pertica da barcaiolo. Crediamo di essere informate, emancipate, intelligenti, libere da certi vincoli di coppia e ricatti sentimentali. E' facile dimenticarsi quanto sia comune farsi coinvolgere in queste tristissime faccende. Sicuramente, sperimentarle in prima persona regala un'interessante spaccato di realtà e, nonostante il dolore che la mia vicenda si porta dietro, sono grata all'insegnamento che mi ha lasciato, che mi ha permesso di capire meglio le dinamiche spesso incomprensibili delle donne che subiscono, non lasciano, non denunciano.

Dai diciotto mesi di frequentazione con la mia versione di Satana, ho imparato due o tre cosette che difficilmente dimenticherò:
1 I peggio mostri di Firenze si celano sotto appassionati e divertenti gentiluomini. Non so se qualcuna si metterebbe con un giovanotto che la prende a ceffoni al primo appuntamento, ma è molto comune che Pacciani i primi tempi sia un incrocio tra il principe azzurro, il cappellaio matto e Jean Claude Van Damme.
2 I motivi per cui un uomo diventa violento possono essere diversi: un'educazione sessista, l'incapacità di gestire rabbia, stress e cambiamenti negativi, una cultura misogina, machista e omofoba, il timore di esprimere i propri sentimenti o di chiedere aiuto. Smettiamola di dire alle donne che sono solo psicopatici. E' rassicurante, ma molto lontano dalla verità.
3 Gli uomini non diventano violenti quando tutto fila a meraviglia e tu ti senti forte, indipendente, piena di autostima, ma facilmente cercano una valvola per il loro sfogo nei momenti in cui sei più debole, vulnerabile, insicura, magari disoccupata da tempo, dipendente economicamente o psicologicamente, preoccupata dalla crisi della vostra relazione. In quei momenti fare la femminista, entrare in un commissariato, parlarne con qualcuno è difficilissimo.
4 Quello che mi ha fatto tacere su quello che stavo passando, per mesi interi, è stata l'umiliazione di dover ammettere che ero stata debole, che mi ero arresa, che mi ero fatta prendere a ceffoni in mezzo alla strada senza aver avuto la forza di reagire. A nessuno piace essere vista come una vittima, preferiamo fingere di essere donne diverse.
5 Perchè lasciare è così difficile? Si sviluppa un rapporto di dipendenza molto forte,  grazie anche al fatto che della nostra sicurezza di un tempo rimane ben poco e siamo alla disperata ricerca di conferme di amore e attenzioni. E poi c'è la speranza idiota ma ostinata che se ci comportiamo bene, evitiamo di farlo incazzare e diciamo sempre sì, le cose torneranno quella di una volta: dentro quella fodera satanica c'è ancora nascosto il principe azzurro dei tempi belli.
Quando ho deciso di lasciarlo, ero molto preoccupata al pensiero di quello che avrebbe potuto succedere, ma soprattutto volevo fare in modo che mi comprasse il biglietto dell'autobus prima che lo mollassi, perchè ero rimasta al verde (anche nella disperazione conservo sempre un briciolo di
strategia). Mi insultò e minaccio tutta la gente con cui avrei potuto uscire, poi se ne andò e fui costretta a suonare a un'amica per farmi prestare i soldi del biglietto. Qualche giorno dopo, tuttavia, nella mia testolina difettosa cominciai a pensare che avrebbe potuto essere diverso, se ci fossimo rimessi insieme: in base a quale assurdo pensiero stento a capirlo ancora adesso, ma ero troppo dipendente da quella compagnia, troppo debole prendermi la responsabilità di quella rottura.
Rimanemmo insieme ancora due settimane ma anche lui, grazie a Dio, cominciava ad averne abbastanza: finalmente, mi lasciò perchè avevo fatto una stupida battuta sui fascisti per provocarlo ("Menomale che l'hai detta, ripetitela ogni giorno!" mi dissi una volta che realizzai com'era andata). Era quello che aspettavo, non c'erano sensi di colpa o rimpianti o progetti autodistruttivi da poter rincorrere. La sera dopo andai a un concerto, folle di gioia e liberazione. Era finita, ma la rabbia e la frustrazione repressa di quel periodo esplose nei mesi successivi: litigavo con chiunque, cercavo briga per la strada, carburavo un rancore sordo che mi ha avvelenata per anni.
6 Perchè denunciare è così difficile? Le dinamiche sono tante quante le storie, immagino, però capisco cosa ti possa continuare a legare a qualcuno che chiami Pacciani ogni volta che distrugge i tuoi tentativi di rinascita. E' una decisione necessaria, ma anche dolorosa e sfibrante. E, soprattuto, personale. Credo che, come le vittime di strupro, ognuna trovi una tregua a suo modo con quel periodo tremendo e cerchi di guardare avanti. Non le biasimo.

Scrivere questo post è stato difficile, lo avevo in programma da molto tempo ma parlare dei fatti propri a certe latitudini non è una passeggiata di salute. Spero che, tra i pochi che lo leggeranno, ci sarà qualcuna che possa sentirsi meno sola.
Con gratitudine,
S.