domenica 8 gennaio 2012

Feminism eats you young- Sussidiario di una giovinezza

Deraglio dai binari della consueta inconsistenza cazzara dei miei contenuti e mi faccio pseudo seria per un post.
Le cose migliori io le partorisco facendo altro: mentre alzo tapparelle scrivo canzoni d'amore, nel fare passeggiate rifletto sul mio percorso femminista. Sarà l'aria fredda di Bievres a ispirarmi, ma non l'avevo mai fatto, non in maniera così definita.


Non so come dove sia cominciata.. E' stato un po' come la fede calcistica di certi giovanotti: distratta, astratta e istintiva. Sarà stato l'ambiente dove sono cresciuta, o l'ingiustizia che mi dominava timidamente. Ho sempre avvertito che in quello che vivevo e vedevo vivere alle altre c'era qualcosa per cui valeva la pena incazzarsi e saltare sui banchi, e ho preso anni e anni di appunti mentali. Mi dicevo femminista come mi dichiaravo animalista, con malcelata e goffa fierezza, con una luce negli occhi stroncata dalle occhiate compatite dei più.
Poi sono arrivati 3 anni da ultrà da baretto popolare, e coniugare l'entusiasmo da trasferta in autobus e lo sconforto per la mentalità machista degli amici mi dava più di un pensiero.
Mi iscrivo all'università, accantono le cazzate e comincio a informarmi concretamente, complice l'incontro folgorante con 3 professoresse, certo non femministe per definizione, ma paladine di una femminilità altra: dissacrante, arguta, sfrontata.
Fino all'avvento di internet nella mia vita, a 21 anni suonati, momento in cui mi appresto con emozione a insultare maschilisti in giro per l'Europa, il mio rimane un percorso assolutamente solitario. Imbastisco spesso accesi dibattiti dal nulla, ma con l'unico risultato di guadagnarmi ilarità generale e commenti condiscendent,i del tipo "Via, son ragazzi, crescerà anche lei".
La mia preziosa alleata si chiama biblioteca: mi iscrivo nella primavera del 2006 e passo una torrida estate a leggermi saggi di Juliette Mitchell, Maria Rosa Cutrufelli, Elena Gianini Belotti, Emma Goldmann, Women' Liberation Movement. Sento la testa aprirsi a ombrello e infilare dentro centinaia di nozioni, avverto la rabbia dominarmi confusamente, ragion per cui mi raso quasi a zero e passo tre mesi e mezzo a rifiutare con ingenuo entusiasmo giovani patroti virgulti, mentre sfidare parenti tradizionalisti con voti di zittellagine e venti di lesbismo diventa una questione di principio.


Un periodo che non dimenticherò mai, che mi scaraventa nel mondo delle cose serie e della gente stronza. E io mi ci rompo le ossa, riottosa e felice.
Divoro qualsiasi cosa trovi, con il digiuno arretrato di più di 20 anni, dai volumetti glamour laccati da generose pennellate di emancipazione, alla critica della pedagogia alternativa, alle revisioniste francesi. Mi avvicino con cautela al radicalismo americano e agli anni '70 italiani, e ne rimango folgorata. Valerie Solanas mi accende gli entusiasmi più violenti, con Carla Lonzi maturo di dieci anni in un paio d'ore, l'idolatria che riservo a Katr Millet va oltre ogni umana comprensione.
Sui fondamenti del femminismo punto tutto, ne faccio una bibbia e un credo fortissimo, al punto che quando una chitarrista che amo già follemente parte con un ferocissimo attacco alle militanti della prima ora, scoppio in lacrime.
Per me il femminismo era gli anni in cui era nato, le donne che lo avevano teorizzato e le correnti che lo avevano attraversato, punto. Impensabile che qualcosa mi avrebbe schiodata
da lì.
Un anno più tardi l'amore per il rock pestone e femminile mi porta alle riot grrrls, queste deliziose ragazzone nate 20 anni più tardi che sputano le peggio cose sul popolo maschile dai loro microfoni. Un movimento di sole ragazze, che scuote alle fondamenta i clichè più beceri sulla femminilità, e rimette in discussione la sottocultura punk.Che dà tutta l'impressione di strafottersene, ma se la fa sotto.
Pur sempre radicali, le amiche, ma di un'altra pasta: queste portano le loro ferite sulla pelle,  urlano come dannate, imprecano, lanciano assorbenti dal palco, sparano a zero sullo zoccolo duro del femminismo, rivendicano battaglie profondamente diverse, ringhiano auguri di morte in faccia al maschio.
E indovinate un po' quale effetto dovettero avere sulla giovane femminista tutta cuore? 2000 volt tutti in una volta. E la musica cambiò di nuovo. Mi buttai a capofitto in una cultura splendida e complessa, con il fremito di sempre e una rabbia che trovava finalmente sfogo: esperienze, album, stereo al massimo, concerti, forum, nuove amiche.


Ma gli appetiti politici e ideologici di codesta fanciulla non si placano mai.. Dopo una breve quanto intensa esperienza di militanza di partito, in cui mi illudo che tra i rossi le tematiche delle donne trovino finalmente respiro (e scopro che c'è sempre qualcosa di più urgente a cui dare priorità,), parto all'avventura genovese. Nel frattempo studio e lavoro, grazie a  internet entro in contatto con realtà sempre nuove, cedono le resistenze al maschio, e all'esordio sulla scena skinhead ci arrivo più ardente che mai. 
E' un periodo strano, in cui mi sforzo di isolare due universi agli antipodi: il machismo, le risse, la poltica da bar, la musica punk, di nuovo il calcio, dai libri che leggo, gli ideali che mi definiscono, la persona che sono, le donne che continuano a rappresentarmi.
Avverto subito che tra la mente (della sottoscritta) e il braccio (delle giovani animatrici della scena, sempre teso verso un pelato o il grugno di un'avversaria) ci passa l'Oceano Atlantico. Per fortuna de dio.
Eppure sono esperienze che, mio malgrado, mi scalfiscono. Genova è la città che sogno da anni, nelle giornate da turista trasognata, ma al mio arrivo da cittadina mi mette sotto di brutto. L'impatto con la realtà del lavoro è durissimo, condivido una casa lurida con due imperiesi meravigliosi, mi faccio un sacco di amici, dò gli ultimi esami, ogni settimana è una sbronza e un concerto, conosco da vicino la militanza anarchica, vengo a contatto con la violenza della controcultura, mi innamoro ogni cinquanta metri, perdo un amore folle in un tempo piccolo, scrivo una tesi di sei mesi, cambio casa e finisce a mani in faccia, trovo un lavoro, mi laureo, finisce una storia d'amore che mi logo nella vitalità, mi sfregia nel cuore, e mi fa regredire emotivamente e culturalmente in un modo che non credevo possibile.
Torno a casa che sono un'altra persona. Il segno di quello che di più e meno buono mi ha cambiato la testa rimane indelebile.


Per un po' la detesto. Poi torno irremediabilmente ad amarla. Genova è stata maestra e palestra di vita tanto quanto il femminismo. Mi ha fatto respirare un'aria densa di ribellione e gonfia d'odio, ma anche una moltitudine di stili, controculture, pensieri che aspettavo di conoscere da quando ho memoria di partenza.
Quello che di più forte mi ha lasciato- la violenza, o perlomeno il suo desiderio- l'ho riversato nella mia personale visione politica, culturale e ideologica, che non ha mai smesso di farsi scompigliare da venti nuovi. La mia prospettiva sul femminismo non è mai stata ferma un minuto che fosse uno, e quella continua sete di equilibrio che divora città, amori, libri, esperienze contradditorie neanche, se dio vuole:: mi sono nutrita ininterrottamente di scaffalate di critica e teoria, l'etere ha partorito incontri fortunati, ho scoperto miriadi di blogger animate da una volontà e una costanza straordinaria, la slutwalk ha portato migliaia di incazzate seminude in giro per il mondo, persino in Italia le donne sono tornate in piazza, mentre ero chiusa a fare l'inventario e mi mangiavo anche le unghie dei piedi. Genova mi ha portato in dono i libri della Lipperini, donna a cui vorrei sempre più assomigliare, l'incontro con Lorella Zanardo, che ha rimesso in moto un'adesione e un'indignazione che si credeva persa, un'amica anarchica le opere della Poidimani, fino all'ultimo flash, accecante: quella Virginie Despentes che neanche dieci giorni fa è stata capace di rovesciare tutti i miei punti di vista, che credevo dogmatici, sul sesso, sulla prostituzione, sullo stupro, sul porno


In qualche modo, stiamo tornando, e non potrei essere più pronta Ho  conosciuto tali e tanti aspetti e sfumature diverse dello stesso movimento che penso sia inevitabile uscirne un po' confusa. Vorrei abbracciare una posizione precisa, finalmente, e farla mia.
Capisco oggi che avere i libri come unici insegnanti e i caposaldi del femminismo come uniche intelocutrici è stato un limite per la mia formazione ed esperienza.
Si, ci sono state le amiche che come me seguivano le amazzoni di Oympia, le ragazze di Un altro genere di comunicazione e di Femminismo a sud, ma mi sono sempre sentita rappresentante di un'ideologia diversa, che nel confronto trovava occasione di crescita e appagamento, ma non anime identiche.
Probabilmente, l'unica cosa in cui davvero mi sarei riconosciuta sarebbe stata il fermento del decennio più importante, figlio di un momento politico e culturale irripetibile.
Ma non mollo, ricomincio e continuo da dove ogni volta lascio per ripartire. Ho volontà, entusiasmo, cultura, umiltà e ferocia a sufficienza per continuare il cammino. E soprattutto, la consapevolezza che ci sia ancora bisogno di noi, nonostante le masse pensino il contrario.
Ci manca una buona dose di coesione, come succede in tutti i grandi movimenti. E' un peccato che l'abbondanza di visioni e frange diverse ci impedisca di essere più efficaci, ma del resto il femminismo riunisce sotto la stessa bandiera milioni di idee, punti di vista, prospettive, coscienze, vite che non potrebbero essere più diverse..
E nemmeno io mi sentirei di rinunciare agli uomini per appoggiare il separatismo, quando conosco bene il loro contributo nella lotta e nell'esistenza di ogni donna, ma nemmeno di aspettare che siano la Iap, la ministra alle pari opportunità o il presidente della Repubblica a impedire ai pubblicitari deviati di fare il loro sporco e inutile mestiere.
Eppure, io vi sento tutte come sorelle. Mi fa tristezza chi non sa pensare a questo movimento che come a racchie a zitelle, pelose come porcosponi e volgari come camionisti, con la schiuma alla bocca, l'odio nel cuore, e l'insoddisfazione sessuale come motivazione di tutto.
Come luoghi comune erranti.
Il femminismo, per come lo vedo io, racchiude solo concetti positivi. Penso all'orgoglio, alla testardaggine, alle azioni criticate dai più, a essere poche, talvolta sole, ma mai arrese. Per me, e per tante altre, è una scelta di vita. E anche se non dovessimo mai vincere, anche se le voci sono tante e non è sempre possibile trovare un mezzo comune per esprimerle, noi continueremo, perchè non ci è possibile vivere in altro modo.

LEGGETE VIRGINIE DESPENTES, VI CAMBIERA' LA VITA!

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