lunedì 2 luglio 2012

Molto indie, complimenti!

Care piccole anime dell'indie cantautorale,
oggi vi andrò narrando la novella del Peveri a Parigi, che volevo accogliere come si compete a una padrona di casa. Ma è andata male.
Ci ha pensato qualcun'altro al posto mio, un'accozzaglia di fans italiani e insopportabili, una categoria che aborro con tutta la forza: quella degli indie fighetti con l'università pagata, la foto con gli occhiali da sole colorati e il colpo in mano, le pettinature ricercate e i vestiti da finto-straccioni. Persino i rasta erano copie dei rasta.
Arrivo allo Chat Noir dopo un pomeriggio di Gay pride, inizialmente presa benissimo: mi sento a casa in mezzo a tante chiacchiere italiane e le notti parigine ispirano sempre tanta poesia. Poi basta un succo di frutto a decretare la mia morte intestinale, così mi accomodo nella saletta e mi godo il gruppo che apre, quattro simpatici ragazzi spagnoli o portoghesi o sudamericani che ci stracceranno le palle fino alle dieci con lamenti e strimpellate, annunciando a ogni pezzo questo è l'ultimo!
Non mi alzo solo per non perdere il posto, ma l'effetto è quello di più di un'ora di unghie sulla lavagna: arrivo alla fine con la lacrime agli occhi dal tedio.
Dente fa il suo ingresso magro come un lampione, con una sacca per la spesa che ciondola sulla spalla. Presentazioni bilingue, spostiamo le panche e ci addossiamo tutti al palco. C'è un'aria irrespirabile, Dente suderà come un dannato e vedrà il vino bianco diventare brulè. Sotto di lui, tra gente che fotografa ossessivamente, straniere che ti polverizzano in un vortice di insulti in lingue morte per una pestata di piede (ma che ci si mette i sandali a un concerto?), magliette incollate alla pelle, gente alta due metri e ragazze con pettinature che oscurano completamente la visuale, non è un gran vivere.
Dente è un simpaticone, fa le sue solite battute spontane che ci fanno sghignazzare (poi ci sono le risate che dicono rido nella speranza di bombarti a fine serata) e fa un pezzo dietro l'altro, impreziositi da surreali intro e lezioni veloci di chitarra.
Saldati, Quel Mazzolino, baby building, La fine del mondo, Piccolo destino ridicolo, La presunta cecità di Irene (davvero dolce ed emozionante), Dente canta a occhi chiusi con smorfie di concentrazione. Cantare in mezzo a tante cretine mi fa venire voglia di tenere la boccaccia chiusa, ma so che è l'unico modo per sfogarsi un po'.
Il Nostro ci intima che ultimo pezzo vuol dire ultimo pezzo in maniera irreversibile, niente bis o ritorni sul palco dopo battimani vari, invece si intenerisce e ci fa scegliere tra Sola andato e Sempre uguale a mai. E ce lo chiedi?
A fine concerto fa un piccolo inchino e ridiamo tutti di lui perchè ha un cartoncino con scritto fragile che ciondola dai jeans. Ci supplica di farci largo verso l'uscita perchè non ha altre vie di fuga
Per me è già tardi e c'è tanta di quella gente che mi ci vorrebbero due vite per poter sperare in una foto e due parole, dunque esco, premurandomi di spintonare tutti con arroganza e vengo colta da un violentissimo mal di pancia da nervosismo represso. Torno alla metro, a Chatelet, a Massy e mi faccio venire a prendere da quel coglione con cui vivo.
Non era la prima volta: al Blue Moon due anni fa il locale era una discoteca anni ottanta e la gente discotecara convertiti all'indie per una sera. Era stato un vero schifo. Mi aspettavo qualcosa di diverso da una città che ho imparato a conoscere e amare e da un piccolo cafè periferia, ma evidentemente l'entertainment che era pochi è diventato accessibile a cani, porci e galline.
Mettici pure che sono un asociale e che nelle sere in cui sono presa male probabilmente non basterebbe neanche se arrivasse Zappa direttamente dagli inferi, ma il nuovo cantautorato italiano sta sfuggendo al controllo dei pochi appassionati per diventare qualcosa di molto più marcio e alla moda.
Questo è il mio modestissimo parere ed è anche un post scazzato perchè mi sono svegliata così.

Acrimoniosamente vostra.
S.

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