lunedì 4 novembre 2013

Imprecando sulla soglia dei vagoni

Ciao aficionados,
sabato ho passato cinque ore e mezza in treno per un viaggio di poco più di due: guasto al locomotore, capotreni che allargano le braccia, passeggeri che sbuffano e mugugnano, scrupoli di chiedersi se sull'Intercity avrebbero preteso il supplemento. Io però non l'ho presa troppo male, mi sentivo di buon umore per una riflessione che cresceva spontanea come erba velenosa e che ho fermato su carta. La voglio condividere con voi.

E' bella la solidarietà che nasce e fermenta in occasioni come questa, quando il treno ha un guasto, viene soppresso o guai simili. C'è un senso comune, uno stare vicini e insoddisfatti che viene su come vapore dall'acqua di cottura. E' un sentimento che non esiste quando i treni funzionano e ognuno va per una strada diversa a seguire i suoi affari, fasciati in stivali e cappotti eleganti, lo sguardo posato rapido e indifferente sulle vite degli altri.
Ma quando una disservizio ci obbliga a ricordarci che sempre Italia rimane, anche se costruiamo autostrade a sei corsie, vale a dire genio, ingegno e sbando, la rabbia monta precisa e collettiva come un coro in cattedrale, germoglia piano mentre aspettiamo che risolvano qualcosa e leggiamo e scriviamo, e tratteniamo la sete e la pipì.
E quando dopo un paio d'ore siamo di nuovo liberi di camminare sui binari e il destino di ognuno torna individuale, siamo stanchi e nervosi ma grati al compagno di viaggio che ci fa sentire vivi, con cui ci lagniamo che queste ferrovie sono uno scandalo e ci vorrebbe una retata in parlamento e chi deve pagare si è aperto un bar ai tropici e in Giappone la gente si suicida quando arriva in ritardo di un minuto, perché anche gli stereotipi più beceri funzionano quando vogliamo insorgere e abbiamo qualcuno a cui raccontarlo. E finisce che ci uniamo a altro gruppetto di viaggiatori incazzati, ridiamo per le battute che cogliamo passeggiando avanti e indietro e ce la meniamo allegramente sul binario quattro, in vana attesa del prossimo Intercity.
E poi scopriamo che persino lo sbirro è gentile, si sbatte come un alce per chiamare consolati e fornire orari manco fosse il capostazione, smadonna e suda e mostra i punti dove la carne è più tenera e l'uomo più umano.
E allora in questo piagnisteo nazionale, arrabbiati e esasperati, ci sentiamo contenti per come le sfighe e le disgrazie ci abbiano reso intimi per una mattinata, compatrioti anche per poco. E in quel senso di appartenenza e in quei sentimenti che non si risolveranno in niente ci facciamo coraggio: è quando saltano i treni e i nervi e si perde l'imbarco e la coincidenza che sentiamo odore di rivoluzione.

Deratagliamente vostra,
S.

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