giovedì 30 gennaio 2014

Grammatica della disoccupazione

Cari amici pochissimi che siete, come state?
Lunedì comincio a lavorare. Ricomincio, a meglio dire, dopo un anno e mezzo di disoccupazione nera e qualche sparuto lavoretto, pure in nero. Quello che ho passato in questo periodo è stato molto duro e mi ha dato una nuova consapevolezza del mondo del lavoro e della mia forza, tenacia e testardaggine. E pensare che a sedici anni, finito il secondo anno, a casa mi intimavano di trovarmi un lavoro estivo, io entravo in quattro negozi col cuore in mano e il quinto si lasciò convincere, anche se l'unica cosa che avevo venduto fino a quel momento erano palline da tennis rubate ai campi sotto casa. Ci sono rimasta dieci anni in quel negozio. Era tutto più facile.
Di questi tempi ho fatto una fatica dannata, a dispetto dell'età, degli studi e delle competenze maturate in questi anni. Una può lavorare indefessamente dai sedici ai venticinque anni, prendere una laurea, cambiare città e trovare pure lì, partire per la Francia e lavorare dieci mesi, tornare a ventisette anni suonati che profuma di Europa e professionalità e rimanere a casa un anno e mezzo? Che razza di paese è mai questo?
All'inizio non me la sono cavata male. Ho tenuto tre bambini durante l'estate e allo scoccare dell'autunno era già un carosello di centri per l'impiego e interinali, che ne vedono a decine ogni santo giorno di disperate come te, ti fanno compilare fior di moduli e ti interrogano sui cazzi tuoi per rivelare un nulla di fatto, un vuoto pneumatico: ci risentiamo quando esce qualcosa. Ma il telefono non suona. Allora scendi in strada, investi una milionata in curriculum e ti fai tutti i litorali della riviera, incontrando commesse gentilissime che a spalle girate te lo cestinano, titolari quasi mortificate che ti guardano come una piccola fiammiferaia, quelle che ti mandano via se non hai il formato europeo e quelli che il formato europeo te lo sconsigliano, guardati da quelli che non pagano e sorridi sempre, sempre disinvolta e gentile.
Ripensi a quanto hai sacrificato in quei dieci anni chiusa in un negozio: le feste di Natale, i compiti, le estati, i merendini del 25 aprile e del 01 maggio, le minifughe con le amiche che festeggiavano il diploma. Per ottenere che cosa? Niente. E il senso di fallimento comincia a montare. Ripensi agli anni universitari passati studiando e lavorando, l'orgoglio dei tuoi il giorno in cui ti sei laureata, mangiare pasta in bianco in uno squallido buco a Genova aspettando il primo stipendio. I tuoi si separano e tieni duro, una storia di due anni finita un mese prima della laurea e guardi avanti, coi coinquilini sfiori le coltellate in cucina e stringi i denti, il capo dice che sei a rischio rinnovo e ti sbatti ti più. E poi parti per Parigi perché sei vicina alle testate al muro.
E riparti da zero con una convivenza in una famiglia che non hai mai visto, tiri su tre figli di arciborghesi che ti fanno ammattire e su cui lasci il cuore, dimagrisci e fai a pugni con la lingua e con i parigini più stronzi. Però intanto ti stai ripulendo da mesi orrendi e torni finalmente a casa con l'argento vivo addosso.
A cosa è servito soffrire, arrabbiarsi, sopportare e sbattersi, se non per farsi un bagaglio di vissuto e capacità da investire in un'occupazione che gratifichi quello che ti sei lasciata alle spalle? E ora che quell'occupazione non arriva, ma neanche una qualsiasi, cosa resta da fare?
Intanto li vedi, i tuoi fratelli di successo, che a ventidue anni hanno diecimila euro in banca e un posto fisso, che a trentatré hanno casa, progetti in porto e indipendenza. E tu, che hai lasciato il tuo buco di mare per fare altre scelte, la senti crescere la dipendenza da quelli che ti stanno intorno: dai soldi dei tuoi che poi ti fanno i conti in tasca, dalla persona che frequenti che coi soldi decide dove, quando e perché, dall'impossibilità di mandare tutti a spigolare e andare a vivere in un sottotetto a 220 euro al mese. Le senti pesare sul testone, la pressione e l'aspettativa, perché tu sia sempre in giro a sbatterti, perché risparmi quattro lire, perché te le sputtani tutte in birra e cazzotti alla faccia del risparmio, perché stia a testa alta e pompata anche quando pulisci gli appartamenti degli altri per cinquanta euro.  
Ma perché il quadretto dia proprio sul nero, manca quello splendido sentimento che è l'umiliazione: doverti dichiarare nullafacente alle amiche di tua madre o ai vecchi compagni, sorbirsi i consigli non richiesti di chi a malapena conosce i cazzi tuoi, passare da un colloquio mortificante all'altro, dove chiederti che lavoro fa il tuo fidanzato o i tuoi genitori e se vuoi figliare è la prassi. E guai a dirgli che stai cercando lavoro! Hai risposto all'annuncio perché non ti piace dormire sugli allori e invece ti piacciono le sfide. E ti tocca pure magnificare sul nobile atto della vendita, anche se sei fermamente convinta che si tratti di vendere ciarpame a dei polli.
Sono passata attraverso tutti queste fasi e stati d'animo, ho sfiorato momenti di depressione e ho esorcizzato a bestia con satira, risate, sbronze e lenendo molto con la scrittura. Mi sono sforzata di ricordare quanto amassi avere tutto quel tempo libero e coltivare le mie passioni, quanto mi sarebbe mancato scrivere, leggere e guardare film a perdifiato, andare in biblioteca e al canile, vedere gli amici e dormire tutto il giorno dopo essere rincasata alle otto del mattino. Non può durare per sempre, mi dicevo. E infatti non poteva.
Lunedì si apre una nuova fase della vita in una città che ho amato e vissuto, per la prima volta con un lavoro dove non ho paura di fallire perché lo sento nel cuore, pagata una miseria ma con la consapevolezza di essere utile a qualcuno che ne ha disperatamente bisogno e vedere impiegate le mie qualità migliori per contribuire a qualcosa di importante e duraturo, non per smerciare merda a gente arciborghese che dopo una stagione non sa cosa farsene.
Spero che la mia esperienza possa essere stata di conforto a qualcuno.

Dinamica come nessuno (e già stanca dall'idea di cominciare),
S.


P.S: a proposito di lavoro, vi consiglio un film che non potete perdervi se vi interessano storie di lotta, proletariato e salute dei lavoratori. E' di un amico che ha la regia nel sangue e fa cose straordinarie. Guardate, condividete e sostenete, se lo merita. Enjoy!
http://www.produzionidalbasso.com/pdb_3043.html

2 commenti:

  1. Oh Simo <3 ti abbraccio da Londra e ti sono vicina, mentre leggevo volevo tanto dirti di venire qui, che almeno ti pagano il giusto e i treni non sono quasi mai in ritardo, e almeno puoi preparare i tuoi sogni.. come sto cercando di fare io :P ma poi ho letto del tuo nuovo lavoro e spero tanto che questa sia la strada giusta
    Un bacione che sa di Comune

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  2. Che piacere questo commento Alex, averti sentito e le cose dolcissime che mi hai scritto <3 Chissà, potrebbe ancora succedere che mi do all'estero, per ora mi sta piacendo moltissimo quello che faccio.. E spero anche tu, mia cara! Ci manchi, ma sappi che vedrò Nady tra un mese

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