lunedì 21 aprile 2014

Io e lui

Lui ha sempre caldo e dice che a casa mia sembra di stare all’inferno. D’estate dorme con la tapparella alzata e la finestra aperta attirandosi le ire di mia madre, d’inverno mi tira il piumone perché a lui basta un plaid. Dice che il freddo tempra le ossa e pensa che tollerarlo sia un marchio di fabbrica dei veri sovietici. Io ho sempre freddo, dormo col piumone anche d’estate ma mi copro poco tutto l’anno perché vestirmi mi dà noia. A casa sua sto come in una ghiacciaia e parto equipaggiata di una pila di maglioni, per poi finire comunque a tremare a cena e a impietosire sua madre che mi butta addosso uno scialle. Lui è contento dell’arrivo dell’estate perché può finalmente mettere i pantaloncini, ma comincia subito a sudare come un caimano e passa tre mesi a maledirla sognando l’autunno. Io vivrei di sole tutto l’anno e il ventun di dicembre cado in uno stato catatonico.
Lui ha una voglia di fare che lo divora vivo e fermo non ci sa stare, io dopo quattro ore che non scrivo divento nervosa e dopo otto che gli sto dietro divento aggressiva. A me piace passare i pomeriggi leggendo, guardando film e oziando a letto, lui dice che stare a casa gli mette tristezza e mi trascina a fare passeggiate, a pedalare per la città e a fare aperitivi.
Lui adora gli aperitivi alle sei del mattino come alle sei del pomeriggio e questa è una delle poche cose che ci accomuna: berremmo Campari e mangeremmo focaccine farcite tutti i santi giorni.
Lui si prepara in cinque minuti e riserva il resto al diletto: ascolta la musica e accende una sigaretta mentre legge il giornale online e bestemmia contro gli israeliani. Io mi prendo un’ora e mezza per essere pronta e continuo a rimbalzare per la casa mettendo a posto e guadagnandomi sguardi perplessi.
Lui è moderatamente ordinato e capace di infischiarsene del disordine che lo circonda quando ha bisogno di dormire o voglia di rilassarsi con me. Io sono maniaca dell’ordine e vivo, ahimè, immersa in una bagnacauda perenne di oggetti fuori posto, perciò prima di potermi fermare corro tarantolata per la casa, mentre lui commenta che non ce la fa più a guardarmi andare su e giù per le stanze senza un motivo e mi aspetta col muso, ascoltando musica e tamburellando impaziente con le dita.
Lui dorme al massimo sei ore per notte e quando, dopo una settimana di bagordi notturni se ne concede otto, dichiara amareggiato che si sta rammollendo, poi però dorme fino a mezzogiorno. Io ne dormo nove e faccio una fatica dannata a restare sveglia dopo l’una, cosa che lo fa mugugnare che con me non si può andare da nessuna parte e poi quando muoio come me ne accorgo? D’altro canto, farsi trovare a letto dopo le nove di mattina lo considero tipico di individui riprovevoli e gli dò il tormento perché non dorma fino a tardi.
Io non sono gelosa quasi per nulla, non mi allarmo quando lo vedo chiacchierare con ragazze e lo manderei ai concerti anche da solo, se a volte si decidesse a fare a meno di me. Lui sbotta che sono tutte sciocchezze, ai concerti ci si va come una coppia: passa la serata a pressarmi come Tardelli a Germania ’82, fa caso anche a come mi passano una lattina di birra e ovunque vede attentati alla mia dote.

Lui si orienta anche a Berlino dopo una sbronza guardando la luce del sole o la punta di una torre, io mi perdo a tre chilometri da casa. La mia incapacità di muovermi frustra sia me che lui, perchè si aspetta che lo sappia guidare nei meandri della mia provincia, il suo talento di trovare la strada ovunque e in qualsiasi momento frustra solo me che mi sento un’inetta. Dopo più di anno che frequentiamo le rispettive località, lui scova posti nascosti agli stessi finalesi, io a Sale non so arrivare fino al bar.
Lui conosce l’inglese (benino) e il russo (benone, ci mancherebbe) e ripara alla pronuncia approssimativa perché sa farsi capire mulinando come un vigile. Io conosco l’inglese ma ho una pronuncia terribile e evito anche di citare film e canzoni, fingendo di non ricordare i titoli. Conosco bene il francese, lui mi fa ripetere alcune parole per poi farmi il verso e smontare ogni vezzo esterofilo. Dice che la mia esperienza a Parigi è stata inutile perché sono uscita pochissimo.
Entrambi adoriamo mangiare, ballare ska e andare ai concerti punk. Io amo scrivere sopra ogni cosa, lui si occupa solo di stendere articoli di attualità e politica e attaccarli su una vetrina in paese per diffondere il suo verbo. Io tengo un blog e passo moltissime ore su internet, lui lo usa solo per informarsi, giudica tutto il resto un’inutile perdita di tempo e cerca di convincermi a lasciar perdere queste perniciose sciocchezze.
Entrambi leggiamo: lui mattoni sulla crisi dell’economia capitalista, romanzi di Luttazzi e biografie di ribelli cileni, io saggi sulle dinamiche delle relazioni sessuali, poeti liguri e romanzetti rosa per dodicenni. A me regala libri satirici che piacciono a lui, io quando prendo un suo libro in prestito mi annoio dopo venti pagine.
Entrambi siamo gran chiacchieroni, ma io racconto ogni sciocchezza che mi passa per la testa e adoro i pettegolezzi, lui commenta che ho una curiosità morbosa e insana per i fatti altrui e discuterebbe invece per ore di massimi sistemi (e di alcool, ovviamente). Io evito accuratamente di affrontare argomenti seri e discutere delle mie posizioni con lui perché potremmo finire per sbranarci in pochi minuti.
Io ascolto un sacco di musica diversa, forte di una carriera giovanile che ne ha viste di tutti i generi e colori e cerco di stimolarlo ad ascolti insoliti. Lui si vanta di selezionare attentamente gli artisti e non esula mai da gente che non suoni punk, ska o hardcore. Il suo gusto si esprime più o meno così: se suona veloce e picchia duro, merita di esistere. Ogni mio tentativo di allargare i suoi orizzonti è vano, così mi accontento di dargli il tormento facendolo giocare a Sarabanda nei pub che fanno suonare pezzi stranoti e mi diverto a vederlo annaspare su Bowie o i Cure.
Io sono patita di parole crociate e non affronto passeggiata in spiaggia o viaggio in treno senza un quadernetto di enigmi. Lui sbotta di smetterla che sta diventando un ossessione, poi si appassiona al gioco. Al ritorno dai concerti, mentre aspettiamo il primo treno della domenica in stazione, continuo a giocare mentre lui dorme sverso su una panchina.
Entrambi amiamo il cinema e sulla comicità ci capiamo: adoriamo Woody Allen, Billy Wilder e i fratelli Marx. Per il resto, lui si spara certe mattonate americane di gangsters e mafia, oppure film violenti e autoreferenziali sulla vita da strada e mi invita a guardarli con lui, quella sì che è vita reale! Io ogni tanto cedo, in genere rabbrividisco e mi rifugio in cafonate all’americana sulla musica, la giovinezza o le donne.
Allora lo porto in biblioteca, dove passo i pomeriggi spulciando tra scaffali interi, ma constato con amarezza che non la vive con la stessa passione: dà un’occhiata veloce, butta lì un quello dovrei prenderlo e infila la porta. Entrambi amiamo il teatro, ma nessuno ha mai i soldi per andarci.

Entrambi ci schieriamo a sinistra, ma discutere di politica col tempo è diventato fonte di litigi apocalittici e probabili infarti. Il mio femminismo lo manda al manicomio, i suoi pipponi sul capitalismo e il fondo monetario internazionale mettono a dura prova il mio sistema nervoso. Dopo ogni sfuriata ci diciamo che dobbiamo smetterla di affrontare l’argomento, ma puntualmente riusciamo a caderci partendo da molto lontano, per esempio la farcitura di un toast.
Lui sta con Chavez, i no-TAV, Stalin e i nazionalisti. Io sto con gli omosessuali, i migranti, Inna Shevchenko e Trotskij. Io mi trasferirei in Francia anche domani mattina, lui è attaccato alla sua terra come le cozze al loro scoglio e chiama gli esuli traditori perché non lottano per il paese. Lui dice che ci vorrebbe Massimo Fini che ci manda tutte in Afghanistan, io replico che ci vorrebbe la castrazione, ma non chimica.
Io ho amicizie contate sulla punta delle dita, mi fido solo di un paio di loro e mi aspetto il peggio da tutti gli altri. Lui ha una manciata di amici ventennali che insegue come un disperato, regala abbracci con grande generosità, chiama tutti caro e trova tutti adorabili (beninteso, se bazzicano ai concerti o allo stadio o sono alcolizzati).
Io ho la necessità esistenziale di stare sola col mio cervello qualche ora al giorno e sono convinta di bastare a me stessa, lui si circonda di incessante e chiassosa compagnia e da solo non ci sa stare.
Lui la timidezza non sa neanche cos’è: parla con chiunque di qualsiasi cosa in qualsiasi contesto ed è un asso a rimettere le persone al proprio posto o a mandarle definitivamente a spigolare. Quando perde il controllo, perde anche l’uso della diplomazia e della calma. Io la timidezza la conosco fin troppo bene e non so fare nessuna di queste cose, tranne annuire e fare mm mm a intervalli regolari. Per poter affrontare una conversazione con più disinvoltura, deve intervenire l’alcool.
Amiamo più di un paio delle stesse cose: ballare ska e pogare ai concerti, mangiare a perdifiato e camminare per chilometri, ritorno a piedi da cinema e locali non ci spaventano. Per il resto, abbiamo una concezione della vita, delle passioni e dei passatempi ben distinta. Lui ama i cortei e le lotte, il trekking e rimanere saldo alla montagna con un mano mentre penzola nel vuoto, i dibattiti dove sfinire i presenti con il suo eloquio, i bar, i pub e le birrerie, lo stadio e la curva, ripetere gli stessi slogan all’infinito e i fióei (definizione generica che indica ragazzi di qualsiasi contesto: ci sono i  fióei della fabbrica, quelli al corteo, allo stadio, al centro sociale e all’aperitivo. Le figette sono più paternalisticamente fanciulle).  Ama il movimento, il fermento e il casino, l’informalità, le urla, la blasfemia e il rutto libero. Io prediligo la calma e il silenzio, specie quelli di casa mia quando è vuota. Mi piace scrivere, leggere e vendemmiare parole con delizia, ciondolare pigramente e fare tutto in tempi eterni. Amo cenare a casa d’altri e parlare di recensioni, i ristoranti quando non pago io e avere tre ore per prepararmi. I dibattiti mi annoiano se non scoppia una rissa, lo sport mi indispone se non sono semplice spettatrice, l’attivismo politico lo prendo a piccole dosi, il bar va bene finchè si mangia e lo stadio lo sopporto finchè rimango convinta che sia un grande circo. Per me non sono contemplate fióei e fanciulle, solo gente che si pone bene o si guadagna la mia diffidenza.

Ovviamente lui è tipo da gatti e io sono tipa da cani. I suoi animali sono palle di pelo che scivolano silenziosamente in casa e al limite pretendono qualche coccola, le mie sono bestiacce che gli scatenano contro tutta la loro avversione. Billy, il mezzo spinone, abbaiava furiosamente a qualsiasi avventore sull’uscio e per lui non faceva eccezioni. Non farebbe male a nessuno! dicevo io. Rompe le balle obbiettava lui, e la sbatteva giù dal divano per aprire il letto. Poi Billy ci abbandonò a metà dell’estate: ne ho presa un’altra e  ho aspettato che tornasse dalla Russia per fargliela trovare fuori dall’ascensore. Sally, il mezzo pitbull, l’ha preso apertamente in antipatia e ha provato a morderlo più di una volta. Lui le getta contro tutti i suoi accidenti e rimpiange Billy, lei sì che era simpatica e innocua! Ma vede di non dirlo a voce troppo alta e di tenere le mani fuori dalla portata delle fauci.
Entrambi preferiamo non litigare, ma non ci tiriamo indietro di fronte all’eventualità. Lui pensa che un pacato confronto di pugni genuini possa risolvere le peggio incomprensioni e colleziona tagli e cicatrici come autografi di Dio. Io recupero cose mal digerite da Pasqua del ’93 in poi e vado avanti a recriminare per ore. Durante i litigi, ci sfoghiamo in un’esplosione lavica di energia repressa; riconquistata l’aplomb, vogliamo subito fare l’amore, due giri di campo o quattro Campari.
Lui fuma come un camino e beve come un pesce. Con una birra in una mano e la sigaretta nell’altra raggiunge il suo equilibrio esistenziale, diversamente si innervosisce e parte all’irosa ricerca di un tabaccaio e di un bar. Dentro un bar potrebbe vivere e morirci: un caffè corretto a colazione, un Campari e due noccioline prima di pranzo, doppio Campari verso sera e alcolici a piacimento per la seconda serata.
Io vado in ipertensione senza scrivere o riposare, ma senza fumo e alcool vado avanti tranquilla come il principe Talleyrand alle otto del mattino. Mi piace accompagnarlo nelle sue scorribande alcoliche, così lui consuma e io mangio a sbafo, ma non ho ancora imparato a reggerlo: una sera bevo tre super alcolici e mi complimento con me stessa per come rimango in piedi, la settimana dopo bevo una vodka e pago anche gli arretrati. Lui tira a trincare lieto finchè non cade di piatto sulla schiena e poi tocca a me svegliarlo a ceffoni quando è ora di scendere o salire sui mezzi o cercare il biglietto davanti al controllore. Io bevo il weekend e ogni tanto mi dico che sarebbe ora di ripulirsi un po’, lui beve tutti i giorni e non si pone il problema.
Entrambi adoriamo mangiare, se ancora non fosse chiaro. Io ho un appetito perenne, due ore dopo un pranzo di nozze vado di nuovo a caccia di cibo e in una vasca di cioccolato morirei affogata. Lui definisce infantile il mio rapporto con il cibo e sfiora la crisi di nervi quando mi vede far fuori un vasetto di Nutella durante un film. Io parto da casa equipaggiata di ogni ben di dio, lui può stare ore senza mangiare e ingollando solo Moretti, ma è l’ultimo ad alzarsi da tavola dopo un numero indefinito di portate e adora gli spuntini notturni di ritorno da una serata, se per spuntino possiamo considerare un pasto di tre portate. Tutti e due quando mettiamo in moto le mandibole fatichiamo a smettere, ma è solo lui a dirmi che mangio tutto con lo stesso appetito, dalla fiorentina al granito.

Allora che cos’è che ci tiene ancora insieme? Quello che abbiamo passato e condiviso in cinque anni di tira e molla, lascia e riprendi, amici e amanti: le decine di concerti e le miriadi di serate a caccia di emozioni forti, tornare a casa a mattino inoltrato e addormentarci sbronzi sulla spiaggia, il ragù di mia madre e il salame di Varzi della sua, gli aperitivi tirati per ore con gli amici, il viaggio a Berlino. Passare sotto i treni in sosta e scappare dai controllori, attaccarmi ai rasta di un egiziano che lo sta trascinando fuori e sfiorare la rissa quando qualcuno mi balla troppo vicino, sentirmi dire che ho fatto da nave scuola a mezza Italia e ribattere ma tu sei Pacciani, sei il mostro di Firenze.
I nostri corpi vicini mentre guardiamo un film, saltare giù dal treno e abbracciarlo sul binario ogni weekend, aspettarlo dietro un pilastro e guardarlo mentre scende e si guarda intorno senza trovarmi, la faccia impiastricciata e dolce di sonno che mi sorride al risveglio. Trovarci poco più che ventenni e camminare insieme fino a sfiorare i trenta; in mezzo, un pezzo di vita.
Mi piace pensare che in qualche modo potrò sempre trovarlo in faccia al palco a qualche concerto ska, con in mano una Moretti e gli occhi a cercare il mio sedere, mentre balla come non ho mai visto fare a nessuno e mi sorride alla sua dolcissima maniera.

Nessun commento:

Posta un commento