domenica 22 giugno 2014

Garrincha Loves Genova: cronaca di una lunga notte

Cari indiepatici,
questo racconto è per voi. Quello del 24 maggio stato un concerto memorabile e una giornata ancora più bella (tanto che si è reso necessario quasi un mese per trascrivere il tutto). Sarà forse perché ne vengo da concerti settimanali di tutt'altro genere, ma avevo dimenticato quanto è bello l'indie e la sua gente.
Per l'occasione avevo dato asilo alla mia collega dopo un anno e mezzo di lontananza. Usciamo di casa alle tre del pomeriggio, consce che ne avremmo rivisto l'uscio molte, molte ore dopo. Con un po' di fortuna troviamo dei foresti compagni di avventura a Sampierdarena e insieme raggiungiamo il teatro. Ero un po' dubbiosa sulla location: seduta su una poltroncina di velluto ci avevo già visto Patti Smith setti anni fa e decisamente non era stato il giusto approccio a un concerto rock, invece stavolta scopro con sollievo che ci sono poltroncine, palchi, binocoli e maschere all'ingresso, ma anche tanta ignoranza sotto il palco. 
Ritiriamo i biglietti e aspettiamo le venti per il concerto più precoce della storia. Qualcuno si sposta al bar per l'aperitivo e ci abbandona, noi facciamo spesa collettiva al discount e ceniamo seduti sui gradini con pane, prosciutto e rosso a uno e cinquanta. Annoveriamo nella gloriosa formazione: un veronese che passerà la nottata in maglietta e calzoncini come fosse il tredici di agosto, una sua concittadina che colleziona un'appassionata pomiciata mentre suona lo Stato Sociale, un milanese conciato come un metallaro giapponese e fornito del fiato necessario per gonfiare due mongolfiere in partenza per il giro del mondo, una manciata di ragazzine scalmanate dai capelli multicolori che pisciano nei vicoli e lanciano gente su carrelli della spesa, un paio di romani con un accento che stacca la vernice dai muri e ottocento concerti alle spalle, e per finire un mazzo di giovanissimi savonesi con le braccia dipinte di citazioni musicali e magliette artigianali che si portano dietro un incessante casino. Mi sono ritrovata dipinta di Uniposca pure io e due giorni dopo ero ancora lì a scrostarmi con fatica.
Un paio di foto con Max Collini degli Offlaga Disco Pax e molte bottiglie di vino dopo, entriamo. L'Orso ha già suonato un paio di pezzi e, nonostante il teatro debba ancora riempirsi, l'entusiasmo generale è già in odore di cori da stadio. Ne suonano giusto quattro o cinque tra nuovi e vecchi, salutandoci con l'immortale Ottobre come settembre. Nadia si arpiona al palco in attesa dello Stato Sociale e nulla riuscirà più a schiodarla di lì, mentre io esco a gestire telefonate come una manager rampante e incontro un paio di savonesi con cui chiacchierare del Miami, così mi perdo il primo intermezzo di Brace.
Rientro per L'Officina della Camomilla, ascoltati distrattamente anni fa. Dal momento che li avevo trovati tanto giovani, affabili e tranquilli, mi sorprende enormemente l'accoglienza caldissima e la performance da dannati delle metropoli: ci è mancato poco che dessero fuoco alle chitarre. Deliziose le musiciste, forse vagamente malferme sulle gambe e dallo sguardo perso, ma una band di ventenni che canta Siamo pieni di droga dovrà pur aderire a un certo immaginario, no? Difatti su questo pezzo è il delirio generale e stare in mezzo a quel casino è meraviglioso.
Chiudono con la struggente Senontipiacefalostesso, poi ci aspetta l'intermezzo di Brace (di cui non riesco a ricordare nulla, ero forse piena di droga anch'io?) e i genovesi Magellano, matti come cavalli: fanno rap su basi elettroniche in una cornice indie. Una figata, no? Il cantante è indemoniato e ci incita al casino come un pazzo, mentre saltella in perenne movimento e si toglie la t-shirt di Jovanotti e sfodera un torace tempestato di tatuaggi.
Il vinaccio da uno e cinquanta sta esaurendo il suo effetto di elisir di lunga vita, perciò spendo gli ultimi fuochi alcolici ballando come fossi a un dj set drum 'n' bass e finalmente mi godo le prodezze di Brace, che riunisce tutte le all-stars sul palco e schitarra pezzi a prova di idiota che si attaccano alle pelle come la taglia che hai sempre cercato. Chiude con Piedini e Caffè, i musicisti abbracciati cantano in coro e noi sotto aggiungiamo i nostri con i cuori in mano e le braccia alzate a tener su chi si lancia dal palco: mancavano solo gli accendini, il falò e la spiaggia d'estate. Forse è una stupidata, ma in quel momento mi sono sentita parte di qualcosa, ho avvertito confusamente che erano tutti amici miei, sopra e sotto il palco E' stata una bella sensazione.
Poi il vino è finito, è arrivato lo Stato Sociale e io ho cantato un paio di canzoni, ma gli arretrati di sonno e i cali di pressione mi hanno vinta come il peggiore dei nemici. Ho cercato di tenermi su agguantando il bordo del palco, ma le stronzette nei paraggi per poco non mi ha hanno presa a ceffoni. Mi sono accomodata in poltrona, non prima di essere stata risucchiata nel vortice d'euforia dei savonesi, e ho schiacciato un pisolino. Il gruppo di punta della serata e io dormivo: purtroppo, quando si tratta della sottoscritta è da mettere in conto. Ricordo diverse canzoni del nuovo album e gente che già le sapeva tutte, adolescenti in preda a crisi isteriche per Lodo e stage-diving che manco ai concerti dei Sottopressione. Mi ridesto su Cromosomi e mi tuffo nuovamente tra la folla come se niente fosse.
La festa è finita e i savonesi vanno a casa, noi ne abbiamo ancora fino alle sei. Ciondoliamo fuori dal teatro scambiando impressioni a caldo, c'è chi mangia una mela a mezzanotte e ventisei e ispira pura poesia, chi va a caccia di una fontanella o di locandine introvabili della serata. Siccome abbiamo adrenalina da vendere, decidiamo di arrivare al locale dell'after party a piedi. Chilometri: quattro punto tre. I romani prendono coraggio e ci vanno giù di megalomania, il milanese cita tutti i gruppi che gli vengono in mente e io mostro a Nadia le meraviglie del quartieraccio dove lavoro: è una deliziosa passeggiata a mare.
Il Banano Tsunami è uno di quei posti per cui festeggio di essermi emancipata dalle discoteche: energumeni all'ingresso, tesserine per bere e per uscire, gente vestita male e pettinata peggio che balla scoordinata e strafatta. Morale della storia: dieci euro per un gin lemon annacquato (anche se una discoteca sulla darsena ha sempre il suo fascino, bisogna dirlo). Una sala ospita il bestiame, l'altra cantanti della serata convertiti a dj che ci fanno dimenare su vecchi pezzi. C'è chi si scatena e chi rimane alla tavolata dei reduci dal concerto a chiacchierare e così, quando alle quattro gli energumeni ci buttano fuori senza grazia, abbiamo già disquisito di massimi sistemi e ci stiamo buttando sul cinema. Com'è noto, Godard e Tarantino accendono gli animi più di Hegel e Carlo Marx.
Ce la meniamo al porto antico fino a esaurimento argomenti, quando incontriamo lo Stato Sociale orfano di Guenzi nei vicoli, che ci porta a mangiare una stupenda focaccia nel retro di una panetteria ancora chiusa.
Nadia scambia tabacco e impressioni con un misterioso autore di testi, i romani parlano di mods e Metallica con un senzatetto sbronzo e io mi accapiglio col milanese su qualsiasi cosa (quando fischia dietro alla panettiera, parto con un pippone sul rispetto per la gente che lavora). I veronesi mangiano e se la ridono.
Salutiamo i bolognesi e torniamo in stazione, tra l'ultimo kebab e una marea di selfie mal riusciti sulle scale, poi uno a uno i nostri companeros ci abbandonano e salgono sui rispettivi treni, la sottoscritta lascia il cuore correre dietro al romano barbuto dagli occhi azzurri in un oceano di rimpianto. Tra l'altro, non capisco perché io e Nadia abitiamo a un tiro di schioppo e saliamo sul treno per ultime alle 6.10, mentre gli altri già russano nei rispettivi vagoni. Ci trasciniamo fino a casa e dormiamo la bellezza di due ore e mezzo, poi prepariamo torte e Nutella, quindi usciamo a fare aperitivo.

E' stata una grande serata che mi ha ricordato, dopo più di un concerto sfortunato, quanto questa piccola scena sappia farti sentire coinvolta, amata e divertita.
Per ammazzare la noia, tra il concerto e questo post, ho rivisto i bolognesi presentare il nuovo disco alla Feltrinelli e Maria Antonietta suonare poco lontano dal teatro (sensazionale, devo fare un post). So che anche gli instancabili savonesi hanno fatto il loro e si sono ributtati tra rock in idro e Miami: beati di zia. Io aspetto Fiumani in provincia per coprirlo di baci, torno ai miei concerti di bifolchi pelati dentro capannoni in collina e vi abbraccio uno a uno.

Con amore,
S.

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