martedì 8 maggio 2018

"La Simo compra solo reggiseni femministi": breve storia di un orpello

Il primo reggiseno lo ricordo molto carino e per me, additata come la senzatette di turno, fu una conquista importante, anche se mio padre sghignazzava quando se ne accorse. Sono convinta che dalla pre-adolescenza in poi la misura del seno acquisti un'importanza enorme, per chi lo porta e chi lo palpa, e la sua ragionevole dose di complessi. Anch'io devo avere patito per le maligne considerazioni a cui ti sottopongono le coetanee più ciniche, leggi anche frustrate, ma c'erano tante di quelle cose per cui sfottermi e di cui preoccuparmi (occhiali, assenza di peli pubici, abbigliamento, genitori imbarazzanti.. la lista sarebbe più lunga e penosa) che per le tette non ricordo struggimenti considerevoli. Sì, avevo una timida prima quando diverse compagne già sfoggiavano terze invidiatissime, e a quell'età era un ottimo punto di partenza per attrarre compagni immersi in una bagnacauda di ormoni, ma avrei desiderato di gran lunga potermi vestire decentemente per mettere a tacere la mia incessante sfiga.
Forse è questo il motivo della mia sorpresa quando ragazze sui 25-30 anni si crucciano per una prima, una seconda e sognano dolorosissimi interventi chirurgici: ho conosciuto molto, molto bene le insicurezze con cui i soliti mazzi di stronzetti ti costringono a confrontarti quando sei più vulnerabile e  alla cieca ricerca di conferme. Tuttavia, una volta che cresciamo, non è un po' puerile questa fissazione per le tette da manga porno?


Il percorso femminista che mi ha forgiata mi ha dato una santa mano nell'accettarmi per quella che sono e nel liberarmi delle piccole guerre dichiarate a noi stesse messe in testa dagli uomini. Se da domani sparisse dalle nostre teste la convinzione che smanacciare su delle quarte sia il loro climax sessuale, ci importerebbe ancora qualcosa di avere una cassa toracica da tredicenne?
Con il femminismo nella mia vita è arrivata la ribellione, anche nei reggiseni: al bando i modelli super imbottiti in cui sentirmi una faina in una trappola di bosco, via libera ai reggiseni sportivi, velenosamente ribattezzati dalle amiche reggiseni femministi. Un pomeriggio di shopping con loro era peggio di una sassaiola di ingiurie. Più di ogni altra cosa, mi sarebbe piaciuto non metterli affatto, ma se proprio vogliamo trovare un problema al mio magnifico seno, di cui solo in anni recenti mi sono irrimediabilmente innamorata, è quello di avere capezzoli più duri del torrone che si avvistano anche a cento metri. Quando con ardita ostinazione giravo nuda sotto le magliette estive, mia sorella mi indicava come il dito di Dio a mia zia: dille qualcosa! Lei rievocava con occhi sognanti quegli anni settanta in cui il reggiseno era un patto col diavolo, ma poi mi ammoniva di pensare alla vecchiaia, quando crolla tutto senza ritegno.


Finalmente, mentre pensavo a tutt'altro, è arrivata l'insolita moda dei reggiseni morbidi, di tutte le fogge e le taglie, a liberare le irriducibili dal brassiere inchiavabile. Bien jouè.
Come in tutti i campi del sapere in cui ritengo di esprimere opinioni inossidabili, quella del reggiseno l'ho sempre considerata una battaglia delle donne libere. E avere una quarta di reggiseno, una rottura di cazzo incredibile. Poi però sono capitata su un video di Cmdrp sull'argomento che mi ha costretta a rivedere il rigore delle mie posizioni: perchè non diventi una prigione dorata di moniti e divieti, le donne devono poter scegliere. Dalla terza in su, il reggiseno è quasi indispensabile e rivela, oltre che idealismi e stereotipi, finalmente la sua utilità: sostenere un seno, alleggerire il peso. E poi ci sono tutte quelle persone che dentro qualche centrimetro di tessuto si sentono a loro agio e non sono disposte a rinunciarvi per sfidare il senso comune. E ho capito l'importanza di accettarle e di supportarle.
Ciononostante, faccio ancora fatica a contemplare l'universo delle giovani donne che sognano di ricevere una taglia in più. Sorvolando su quanto riferito da chi si è sottoposta a questa barbarie e ha patito le pene dell'inferno (a quel punto sono tutti cazzi vostri), penso che in questi casi una riflessione confortata dal pensiero femminista sia doverosa: perchè non provare a superare la granitica affermazione di farlo solo per noi stesse, a capire quali sono le paure che vogliamo annientare con mezzo chilo di silicone? Tutto quello che paghiamo migliaia di euro può essere ottenuto lavorando sulla fiducia in noi stesse. Avremo un seno imponente come la doppia prua di un catamarano, ma la nostra sicurezza nelle relazioni umane dipenderà da un artificio pagato a gente che per tutta la vita ha demolito la nostra autostima per spenderselo in Dio sa quale puttanata. Il mercato vive da tempo immemore sulla capacità di indurre le donne a detestare sè stesse: penso che buttarlo in culo a tutti loro sia una forma d'amore.

Con la sua misera e resistente seconda,
S.

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